Thriller, romanzi, film e scuola: tra scarsa fantasia e omologazione di pensiero

Thriller, romanzi, film e scuola: tra scarsa fantasia e omologazione di pensiero

 

Thriller, gialli, ma non solo. Anche commedie e rosa. E non solo romanzi, anche film. Tutta l’arte, da sempre genitrice di cultura, sembra ormai esser vittima di una vera e propria epidemia. L’arte sembra esser stata colpita dal virus dell’omologazione.

Basta lanciare uno sguardo ai titoli di alcuni libri e anche alle copertine, talvolta. Eh già! È sufficiente dare un’occhiata in Rete per scoprire che addirittura le copertine vengono riciclate. E che anche un big come Saviano è stato vittima, ultimamente, di questa mala-moda (ovviamente lui non ha colpe, non essendo il grafico di turno).

Per non parlare dei contenuti.

Emblematico sembra essere il caso che si riporta in questo articolo. Non so come siano messe le cose, al momento, non mi sono occupato della vicenda personalmente, ma stando a quanto c’è scritto, gli eventi sembrano davvero poco rassicuranti, per l’aspirante scrittore/copiatore.

E anche nel cinema, come dicevo prima, accade la stessa cosa, che ci si creda o no.

Molte volte, purtroppo, lo scopiazzamento è così subdolo che il libro/film viene spacciato per originale e diventa anche un best seller vincitore di ambìti premi. Per come la vedo io, non è importante che il testo sia copiato “parola per parola”, come asserisce l’articolo di cui sopra, basta che il leit motif sia lo stesso, per parlare di copia.

Omologazione.

Il problema forse è la crisi e la conseguente riduzione di personale nelle case editrici (come i grafici che creano copertine)? O, forse, è colpa dei contratti editoriali che obbligano gli scrittori a scrivere qualsiasi cosa, purché si pubblichino tot libri all’anno? O è colpa dei produttori cinematografici, avidi di denaro, che producono immondizia, purché si venda?

Di sicuro, la fantasia di molti sembra essere morta.

Omologazione.

Thriller storici che sembrano le brutte copie de “Il nome della rosa”, gialli senza intrighi e colpi di scena che non meritano di essere nemmeno chiamati con questo nome, romanzi fantasy che seguono la scia dei vari Twilight o Harry Potter. Tutti tesi a seguire la strada “vincente”. La copia. L’omologazione. Possibile che editori e autori non abbiano capito che la strada già percorsa con successo da altri non è quella più sicura, ma solo quella più usurata?

Se dovessi decidere di correre con una Ferrari, senza limiti di velocità, io sceglierei una strada nuova, appena asfaltata, che ancora nessuno conosce. Non mi imbatterei in una strada di campagna segnata dal passaggio di trattori, carretti e automobili di ogni sorta.

Con un raffinatissimo senso critico e tanta ironia, anche lo sceneggiatore Alessio Billi, nel suo blog, ha puntato il faro su questo sconfortante fenomeno, pubblicando “per la prima volta” un fantomatico segreto che si celerebbe dietro la creazione dei best seller.

Oh, sia chiaro: io parlo da lettore, non da scrittore o pseudotale. Da lettore, trovo mortificante comprare un libro sulla base di recensioni o sinossi intriganti, per poi scoprire che si tratta dell’ennesima copia de “Il codice Da Vinci” o “Twilight”.

Da spettatore, trovo deprimente andare al cinema, pagare il biglietto e poi scoprire che nel trailer del film mi hanno ingannato, mostrandomi solo le scene più originali della pellicola e che, in realtà, sto per vedere l’ennesimo thriller copiato da Hitchcock.

Ripeto, non so perché tutto ciò accada, ma una spiegazione me la sono data.

Omologazione.

Tutto è riconducibile alla trasformazione che, da qualche anno, ha coinvolto le case editrici e cinematografiche. Una trasformazione che le ha viste mutare da fucine culturali in vere e proprie industrie, con tanto di “catene di montaggio”.

Da quando il profitto ha preso il posto del più romantico amore per la cultura (pur con profitto, ma non come obiettivo unico), il contesto si è modificato radicalmente.

Poi, però, non deve stupire se l’Italia risulta ultima tra i Paesi presi in esame da un’indagine Ocse già nel 2013 per competenze alfabetiche e capacità linguistico-espressive. Come ho già detto in passato, la questione si fa grave e pericolosa. Le capacità linguistiche ci permettono di esprimere il nostro pensiero, di difendere i nostri diritti, le nostre libertà. Se non si hanno competenze linguistiche, l’unico modo che resta per farsi capire e valere è la violenza.

E non deve stupire se solo pochi sono a conoscenza di importanti siti artistici e archeologici del nostro Bel Paese, come Carsulae o Narni sotterranea, tanto per citarne due a caso, tra i vari che ho visitato.

Eppure l’arte è fondamentale per la nostra mente, per il nostro sviluppo. Pensa che una ricerca della Memory Clinic del St. Michael’s Hospital di Toronto ha preso in esame la storia di Mary Hecht. La donna non era più in grado di ricordare nomi di cose e persone, ma perfettamente in grado di dipingere, fare ritratti e disquisire d’arte con chiunque. Era una scultrice di fama internazionale affetta da demenza vascolare, dovuta a diverse ischemie.

Uno dei ricercatori, in precedenza, aveva anche esaminato un musicista, affetto da Alzheimer, che riusciva, però, a suonare il piano e studiare nuova musica. Lo stesso dicasi per pazienti con Alzheimer che parlavano almeno due lingue. Le loro capacità mentali erano doppie rispetto a chi presentava una cultura più bassa e non aveva abilità artistiche.

Gli scienziati, dunque, hanno deciso di approfondire ulteriormente questi particolari meccanismi legati alle abilità artistiche e alla cultura, sia per la nostra salute, che per un incoraggiamento dell’insegnamento artistico nelle scuole.

Per parlare di ciò che mi è più vicino, gialli e thriller si continuano a considerare come generi di serie B, a sconsigliarli, a definirli pessima lettura. Poi, però, si invita a leggere l’ultimo ennesimo libro-ciofega di quel giornalista tanto blasonato dalla politica, e così via. Non è forse anche questa omologazione?

Certo che lo è, e della specie più pericolosa: omologazione di pensiero.

Leggiamo ciò che ci viene detto di leggere, vediamo i programmi che ci dicono siano i migliori, guardiamo film che vengono spinti come fenomeni del momento. E ci omologhiamo. Non cerchiamo altro. Non stimoliamo la fantasia. Non arricchiamo il nostro vocabolario e bagaglio culturale a dovere. Veniamo educati a essere guidati nelle scelte. Invece dovremmo essere noi a decidere cosa guardare o leggere. Farci guidare dalla curiosità e dalla fantasia. Su consigli di amici, magari. Ma non di opinion leaders prezzolati.

Siamo diventati una Nazione schiava della quantità e priva di qualità. Una Nazione che sta uccidendo i suoi dialetti, forse ultimo residuo vivente della nostra identità storica, a fronte di una nuova koiné fondata sulla sgrammaticatura, sulla distorsione dei valori caratteristici di alcune parole.

Se arriviamo a tanto, a distorcere anche il valore che si cela dietro le parole, come possiamo riprendere confidenza con la nostra lingua, acquisire nuove e più articolate competenze linguistiche, che non siano distorte o deformate? Come possiamo armarci per combattere l’omologazione di pensiero se non arricchiamo la nostra lingua e il nostro pensiero?

E non serve ripescare nei classici per trovare questo malcostume. Ogni giorno deformiamo parole e ascoltiamo ciò che ci viene detto, senza rifletterci su.

Un esempio? Chiamare i nostri contatti Facebook “amici” è una grave distorsione del valore intrinseco nella parola. Il Sabatini Coletti definisce così l’amico: “Che dimostra o denota solidarietà, affetto, disponibilità. […]. Chi ha un rapporto di affetto e stima con qualcuno”. Quelli di Facebook non sono “amici”, almeno non tutti. Tra loro ci saranno di sicuro veri amici che conosciamo da anni e con cui usciamo, scherziamo, condividiamo la vita, ma la maggior parte di loro sono conoscenti, o semplici contatti. “Follower” per usare un vocabolo tipico dei social.

Sto divagando un po’, lo so.

Ma è importante riconoscere queste problematiche e affrontarle prima che sia troppo tardi. Il nostro futuro è nelle nostre mani. Siamo noi gli unici artefici della nostra esistenza e, in quanto tali, dobbiamo renderci conto che anestetizzare il nostro cervello davanti all’esaltazione del ridicolo e dell’ignoranza è un boomerang che prima o poi ci tornerà contro.

Regaliamo una nuova luce alla cultura del nostro Paese. Regaliamoci un futuro.

5 Commenti

  • Roberto P. Tartaglia Posted 29 Ottobre 2013 09:22

    A riprova di quanto ho sostenuto nell’articolo, ecco un interessante studio, condotto oltre oceano, sui social media e le nuove culture: http://www.ninjamarketing.it/2013/10/28/perche-condividiamo-sui-social-media-omologazione-batte-originalita/

  • Zret Posted 9 Settembre 2014 14:24

    Chi oggi non si cimenta nella scrittura di un romanzo? Ci si improvvisa narratori: un altro scartafaccio va ad accatastarsi sugli scaffali delle librerie. Non solo, i circoli culturali organizzano ampollose conferenze di presentazione. La noia infinita di questi simposi letterari supera persino quello di paludati programmi televisivi, a base di “scienza e tecnologia”. E’ la noia la palude da dove esalano i gas mefitici che amano respirare a pieni polmoni letterati abortiti, critici stitici ed il pubblico vanesio. Tutto è già stato scritto: a che pro aggiungere all’arcinoto il già noto?

    Da quando Sofocle compose “Edipo re”, abbiamo compreso che ognuno ha il suo destino cieco, ineluttabile. Può cambiare la copertina, ma tutti questi giovani di brutte speranze hanno stuccato con la loro pretenziosa narrativa. Se almeno sapessero scrivere, ma il linguaggio si barcamena tra una fiacca imitazione di Pennac ed il gergo degli adolescenti. Passi. Codesti imbrattacarte non incarnano una visione del mondo purchessia: spiattellano solo la loro miserabile esistenza post-borghese. I loro romanzi sono simili ai bocconcini per cani e gatti: sono contenuti in scatole sfavillanti e decantati come sani e succulenti pasti, ma ti vengono i brividi a pensare con quali scarti sono prodotti.

    Vero è che il mondo è spesso atroce, disgustoso, inquietante. Allora è meglio rifugiarsi nell’hortus conclusus della “letteratura”, nello snobismo dell’originalità a tutti i costi. Intrecci intricati, eroi sopra le righe, una finta presa sulla realtà, alla Saviano, mestierante delle “verità” preconfezionate dai media delle oligarchie. Non crediamo a chi afferma di essere animato dalla passione per la verità: se non è uno sciocco, è un tronfio retore dell’antimafia, della “legalità”. Ecco le storie impregnate di cronaca nera alla Lucarelli, adatte al palato grossolano di utenti che si succhiano le serie televisive con Carabinieri in gonnella. Istituzioni sciroppose difendono il cittadino dai crimini catodici.

    L’altra faccia della patacca è il racconto pseudo-storico, magari ambientato in un Medioevo di cartapesta dove il monaco ed il cavaliere si esprimono come un frequentatore di discoteche. Qual è la differenza tra un romanzo ed uno scemeggiato? Tutto è piatto, dozzinale, stiracchiato… sempre le solite risciacquature.

    E’ molto più saggio, se se ne è capaci, scrivere fulminei aforismi o saggi appuntiti. La vita, questa linea spezzata tra la nascita e la morte, può congelarsi in un romanzo che sia altrettanto spezzato, incastrato, protruso. Ben venga allora lo strappo, non ricucito nel quietismo consolatorio della morale corrente, in stile recita scolastica. Sia il solco nella bonaccia del tedio, l’arricciatura sulla pagina liscia. Le contraddizioni si possono ricomporre quando squarciano il perbenismo, quando sovvertono il pensiero dominante.

    Saluti.

    • Roberto P. Tartaglia Posted 9 Settembre 2014 14:56

      Zret, un’analisi attenta del mercato editoriale contemporaneo, espressa con toni aspri, eppur forbiti.
      Sai perché accade tutto questo? Perché si antepone la necessità di “mandare avanti la baracca” alla passione letteraria.
      Perché le case editrici, spesso ma non sempre, sono all’inseguimento del profitto. A discapito della qualità.
      Se è questo ciò che vogliono, così sia. Peccato, però, perché l’editoria potrebbe essere un ottimo motore per la rivoluzione culturale di cui il nostro Paese ha bisogno.

  • Romina Tamerici Posted 10 Settembre 2014 10:04

    Chi produce lo fa per vendere. Questo è il problema dell’arte oggi: è sempre più un prodotto. E allora si produce quello che si sa poi potrà essere venduto e la gente troppo spesso vuole ciò che già conosce, storce il naso davanti alla novità, preferisce seguire la moda del momento e, così, libri e film si riproducono tra loro come informi copie nate da uno stampo di volta in volta solo ritoccato per tentare, senza successo, di conservare una parvenza di originalità.

    Anche io però preferisco le strade poco battute, del resto, come dice una celebre frase, di cui sfortunatamente non ricordo l’autore: “Chi non segue la moda la fa”.

    • Roberto P. Tartaglia Posted 10 Settembre 2014 10:17

      Esatto, Romina. E, per citare una metafora utilizzata dal grande Seth Godin, nel suo libro “La mucca viola”: seguire il leader, chi guida il gruppo, conviene sempre, se non si vuole fare sforzi. Anche gli uccelli lo fanno, perché chi è avanti sceglie la strada e taglia l’aria. Gli altri devono solo imitare. E, visto che siamo in tema citazioni, per dire come la penso io scomoderò l’Albertone nazionale: “Io so’ salmone e nun me importa gniente…a me me piace anna’ controcorente!” 🙂

Aggiungi il tuo commento

Il tuo indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnata da *

2 × cinque =