Thriller gratis numero 3: Alphonsine e il mare

Thriller gratis numero 3: Alphonsine e il mare

 

Foto by By Sira Anamwong/freedigitalphotos.net

 

Quello che più adoro di questa sezione è il fatto che mi offre la possibilità di leggere racconti thriller davvero d’impatto.

E quello riportato di seguito, a firma di Gianluca Salvadori, è uno di questi.

Uno dei tanti thriller sconosciuti che navigano nel Web e che, invece, meriterebbero l’attenzione di tutti. Un thriller che lascia pensare e riflettere. Proprio come la storia che narra.

“Cos’è? Un drama thriller, o un paranormal thriller?” Me lo sono chiesto diverse volte, prima di classificarlo come drama. Ho scelto questa etichetta (io, che odio le etichette…) solo perché ciò che prevale è proprio la parte drammatica di questo thriller. L’amarezza verso un mondo distratto, superficiale e vittima di se stesso.

Basta! Non aggiungo altro, goditi questo toccante thriller.

 

Alphonsine e il mare

TITOLO: ALPHONSINE E IL MARE

AUTORE: GIANLUCA SALVADORI

NUMERO BATTUTE: 8.800

GENERE: DRAMA THRILLER

 

Geremia uscì dal bar alle otto, con i baffi che sapevano ancora di caffè. Era una giornata come tutte e anonima, come le altre, sarebbe rimasta incollata alla lavagna dei giorni feriali. La noia, la routine, la totale mancanza di stimoli e prospettive, il quotidiano insomma, così angusto e squallido, lo sovrastava e pareva non concedere alcuna possibilità di fuga.

“Una situazione per nulla originale – si ripeteva – comune a molti e niente affatto disperata, solo un po’ triste.”

Finiva per dimenticarsene lungo l’arco del giorno e ripescava quella malinconia affiorante soltanto a tarda sera, quando la realtà cede il posto all’immaginario, bello o brutto che sia, e inaugura il confronto notturno tra la vita e il sogno.

Era un operatore ecologico. Una volta si chiamava spazzino e nessuno si offendeva, ma operatore ecologico evoca mansioni di qualità, il chirurgo opera, si opera in borsa, ma come si fa a sentirsi qualcuno ramazzando rifiuti? Il luminare che interviene col bisturi su un rifiuto umano gli parve un paragone un po’ forzato e poco calzante nonostante tutto, così, ripiegando sottobraccio la Gazzetta dello Sport, si diresse al lavoro, apprezzando, se non altro, la prima sigaretta della giornata.

Il tredicesimo cassonetto, che si accingeva a collegare all’elevatore del camion, non gli piacque per niente. Un liquido fetido e maleodorante colava dalla base e aveva già creato una pozza. Ora avrebbe dovuto armarsi di ramazza e incanalare verso uno scolo del marciapiede tutto quel luridume misto alle cartacce debordate.

Si risparmiò l’ennesima riflessione sulla quantità di rifiuti che l’umana specie riesce a produrre nell’arco di ventiquattrore e si accinse all’ingrato compito quando qualcosa all’interno attrasse la sua attenzione. Non era infrequente trovare, nei meandri della spazzatura, oggetti, anche di un certo pregio, vittime del consumismo o, meglio, della frenesia di chi ha già troppo e aspira a circondarsi d’altro.

Qualcosa di scuro, informe, poco più grande del palmo di una mano, giaceva e risaltava tra due buste gialle, stracolme, dell’Esselunga.

Lì per lì rimase a fissare l’oggetto senza chiedersi cosa fosse, più incuriosito che interessato, poi pensò che poteva trattarsi di un abito femminile smesso. Dava un’impressione di costosa morbidezza, e, proprio per questo, stonava in mezzo a quel lerciume. Stava abbandonando l’idea di afferrarlo quando la cosa si mosse, impercettibilmente forse, ma, ne era certo, la E sulla busta prima si vedeva e adesso non più. Guardò meglio, trattenendo a stento un moto di ribrezzo a causa del fetore, salì sul predellino e si appoggiò al coperchio del cassonetto che quasi gli si chiuse sulla testa.

Dandosi dell’idiota cercò di afferrare l’oggetto, ma il tentativo fu vano, perché adesso l’ombra del coperchio non gli consentiva di vedere nulla. A fatica lo risollevò e finalmente riuscì ad afferrare la cosa.

Dire afferrare non è proprio corretto perché quel qualcosa, adesso, sembrava avere vita propria e, sia pure lentamente, cercava di divincolarsi. Tra il sorpreso e il terrorizzato, saltò giù dal predellino, come se fosse stato morso da una tarantola, lasciando il coperchio che si richiuse con uno schianto, e si ritrovò per terra a bestemmiare.

***

Alphonsine aveva una sola passione nella vita: il mare. Ad appena tre anni nuotava come un pesce, mare era la prima parola che aveva pronunciato e l’unica che la faceva sorridere.

Non aveva mai avuto, in verità, molte occasioni per ridere. Figlia di un alcolista e di un’idiota, aveva attraversato l’infanzia e l’adolescenza tra violenze e umiliazioni.

A diciassette anni se ne era andata di casa al seguito di un chitarrista fricchettone pieno di brufoli e di sogni, e aveva conosciuto la vita molto prima della media dei suoi coetanei. Di fuga in fuga era, infine, approdata al matrimonio. Non che le fosse mai interessato granché: aveva vent’anni, una acerba, radiosa bellezza e un lavoro, ma era già stanca della vita e pareva uno studente che attenda l’intervallo per uccidere la noia prima della lezione successiva.

Così aveva finito per ingannare se stessa e Cristiano in una tiepida giornata di primavera.

***

Nei tre anni che seguirono, il mare non cambiò. Poteva vederlo ogni giorno dalla finestra assieme alla serenità. Riceveva amore a manciate e ricambiava con amore, ma di sottomarca. Conservò la bellezza, più radiosa adesso, da donna, gli occhi più larghi e più scuri, ma l’umore scomposto della provvisorietà non l’abbandonò.

Sorrise più spesso, perché Cristiano amava vederla sorridere, rimase però sempre nascosta dietro la routine, squallida e rassicurante come uno brutto paravento, al riparo da ogni genere di novità.

Aveva preso l’abitudine di scrivere su un quadernetto i pochi momenti felici e qualche nota segreta. Descriveva il colore del mare, il rombo delle buriane d’Agosto, un complimento ricevuto per strada, quotidianità. Col tempo il quadernetto divenne un diario con cui riempire la solitudine e al quale affidare sentimenti più profondi, un po’ come fanno i vecchi con il proprio cane, vecchio anche lui e talmente in sintonia da rispondere, di coda, con rassegnata, tenera comprensione.

Ma il diario non aveva risposte né coda, così arrivarono presto gli sfoghi disperati, l’amarezza occulta di chi è oggetto di un amore a senso unico ed il cui raziocinio ha ratificato una condanna che l’anima si rifiuta di accettare. Alphonsine riempiva pagine e pagine di inquietudine e di lacrime ma Cristiano pareva non accorgersi di nulla. Gentile, premuroso, amante puntuale quanto pedissequo e ignaro, contribuì al rapido deteriorarsi di una storia mai nata.

E una bella mattina d’estate, Alphonsine, che era uscita per ridere di fronte al suo mare, perse se stessa e la propria ombra.

***

Fu visto, durante la pausa, intrattenersi a dialogare con… il nulla, seduto su un muretto, gesticolare accalorato rivolto a una busta dell’Esselunga da cui spuntava una macchia nera che pareva stoffa, pece o chissà cos’altro.

Di tanto in tanto taceva, ma l’espressione rapita tradiva attenzione verso qualcosa. Poi rimaneva in ascolto, attonito e partecipe, come un bimbo di fronte ad una bella storia alla quale non ha ancora deciso se credere.

Non è dato conoscere il contenuto di quel dialogo surreale, ma si sa che Geremia si assentò dal lavoro per parecchi giorni adducendo scuse e certificati medici. Non uscì di casa che per l’indispensabile alla sopravvivenza, e, quando infine mise la testa fuori, era un’altra persona.

Cominciò subito una ricerca spasmodica, per le strade, di giorno, e sotto i lampioni, di notte, allo stadio nelle domeniche di sole (lui che detestava il calcio), al palazzo del ghiaccio (lui che detestava il freddo), immerso e attento nel livido riverbero spettrale dei riflessi bianchi.

Si armò di mappe, carte geografiche e abbonamenti del tram in un progetto di ricerca sistematica che richiese, alla fine, meno di quanto aveva supposto. Il trentaduesimo giorno la vide sul lungomare, mescolata al viavai dei passanti, mentre, unica senz’ombra, pareva librarsi nell’aria limpida e ventosa, al seguito di una gonna colorata.

L’avvicinò e…

“Mi chiamo Geremia.” Esordì impacciato, pensando alle assurdità che stava per dirle e, soprattutto, alla reazione che, di certo, non avrebbe saputo fronteggiare.

“Io no.”  Fu la risposta laconica e disarmante.

“Non si allarmi, non ho l’abitudine di abbordare le ragazze sul lungomare. Vorrei solo parlarle di una cosa importante che la riguarda, ma… riguarda anche me, insomma…”

“Non sono allarmata, sono stanca e non ho voglia di parlare, lasciami in pace per favore.” Lo interruppe.

“Sì, ha ragione, mi scusi, io…” E si allontanò decisamente senza più guardarla.

Ma sedette su una panchina a qualche metro di distanza, prendendosi la testa fra le mani e ravviandosi più volte i capelli in un gesticolare rapido e preoccupato.

Quando alzò gli occhi vide gli occhi di Alphonsine, così vicini da potervisi specchiare: era lo sguardo della disperazione senza ritorno, lo sguardo del dolore senza consolazione.

“So di cosa vuoi parlarmi, lo so. Ma non ha più importanza. Scusami…”  E si voltò incamminandosi nel vento.

***

Il vento adesso è cresciuto e le onde si alzano impetuose sul frangiflutti, creando ventagli di schiuma che si perdono nell’aria e arrivano fino alle panchine, in minutissime, fitte goccioline.

Non ci sono più  passanti, solo qualche gabbiano il cui verso monotono e triste si perde sotto le palme e tra le insegne dei negozi dall’altra parte della strada. È quasi sera.

Un signore elegante, dai tratti marcati, seduto all’interno di un bar, sta leggendo il giornale lanciando, di tanto in tanto, sguardi distratti verso il lungomare, di là dal vetro, reso opaco dalla salsedine. Mostra particolare interesse per un articolo in prima pagina: Non ancora ritrovato il corpo della ragazza suicida nelle acque di… 

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