Thriller gratis numero 2: Il beccamorto e la cornacchia
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Thriller gratis numero 2: Il beccamorto e la cornacchia

 

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Ed eccoci al thriller gratis numero 2. Stavolta è stata la penna di Alessio Papacchioli a mietere vittime.

“Il beccamorto e la cornacchia” l’ho classificato come gothic thriller anche se, in realtà, è un ibrido, essendo intriso di un macabro humor che ne rende ancor più piacevole la lettura. Il racconto critica, senza indugi, la cupidigia e l’avarizia tipica di molti individui. Peccati resi ancor più vivi dalla società moderna.

Già, peccati. Perché il racconto è stato inserito proprio in una raccolta dedicata ai sette vizi capitali, edita da Ego Edizioni (anche se i Diritti d’Autore sono rimasti in mano ai singoli scrittori partecipanti).

Un racconto da leggere tutto d’un fiato. Un testo che fa riflettere.

Non mi dilungo oltre. Buona lettura!

 

Il beccamorto e la cornacchia

TITOLO: IL BECCAMORTO E LA CORNACCHIA

AUTORE: ALESSIO PAPACCHIOLI

NUMERO BATTUTE: 10.029

GENERE: GOTHIC THRILLER

 

Infilò le scarpe, nere come l’abito che indossava, ed erano le stesse scarpe che il giorno prima aveva lucidato con cura maniacale, sputando più volte su un panno (più buchi che stoffa) e strofinando, lustrando per ore. Dovevano essere di buona manifattura: difatti l’aveva rubate ai piedi di un conte, forse però rubare non è il termine più appropriato quando si parla di sgraffignare un chissà che ad un morto.

Sebbene i suoi settant’anni suonati gli avessero curvato la schiena, continuava ad essere un uomo smisuratamente alto, ed era così magro da far spavento, tant’è che da nudo gli si potevano contare costole e segmenti della spina dorsale. Su quel suo grugnetto scavato dal tempo, tutto rispettava le proporzioni ad eccezione del naso, grosso e lungo che pareva il becco di un’oca, e la sua calvizie era un segreto per tutti, forse lui stesso non se ne ricordava: di giorno, infatti, appariva sempre con un cilindro nero in testa, mentre la notte, poiché soffriva il freddo in ogni periodo dell’anno, portava il suo solito berretto di lana, quello che più di mezzo secolo prima gli aveva cucito la nonna, con infinito amore.

– Credo proprio che mi calzino a pennello! Tu cosa ne pensi? – si vantò il beccamorto dondolando il piede su una pozza d’acqua per vederlo riflesso.

– Cra! – fu il segno d’approvazione della sua unica amica, una cornacchia trovata da piccola dentro un loculo, mentre cercava di sfuggire alle grinfie di un gatto randagio. Da allora non se ne era più separato, e forse in tutta la sua vita quello fu l’unico gesto per il quale non pretese nulla in cambio, tirchio com’era. E pensare che ci aveva pure rimesso l’abito nuovo, ridotto a brandelli dalla furia del felino rimasto a pancia vuota.

– Tieni, questo è per la tua sincerità – prese una grossa tronchese da giardino, mozzò un mignolo alla mano del cadavere e gettò il dito in terra. L’animale piombò come una saetta sulla sua ricompensa e … certo che doveva averla addestrata proprio bene, a sua somiglianza, perché quando le accarezzò la testa, la bestiaccia ricambiò con una beccata sulla mano, come a precisare che ‘quello che è mio non si tocca’. Svolazzò in casa col dito in becco, schivando una prevedibile palata del vecchio.

Con quel marchingegno di sua invenzione fatto di corde, carrucole e una vecchia bicicletta trovata nella discarica, dopo averlo imbracato, sollevò il corpo del defunto e lo lasciò un momento in sospeso, il tempo di recuperare la bara da sotto, poi lo adagiò nella buca che ricoprì di terra con una buona mezz’ora di palate.

Evidentemente non gli bastava più la tassa che aveva indetto su chi spiccava il volo prima dei trenta, colpevole di occupare troppo presto il suo cimitero, per non parlare di tutte le altre assurde imposte frutto di una mente offuscata dal dio danaro. Ed era proprio quella sua devozione che lo aveva portato a dissacrare le tombe dei poveri cristiani e a liberare le bare dai cadaveri freschi, così da poterle spacciare per nuove.

La sua era un’ossessione che gli toglieva il sonno la notte e gli faceva passare l’appetito di giorno; che lo privava dei piccoli piaceri della vita, e tutto questo perché era schiavo del denaro.

Nonostante i cittadini di Vejano si fossero lamentati più volte con il sindaco, il beccamorto aveva tutti i diritti di fare quello che voleva del suo cimitero, ne era diventato il padrone indiscusso, e questo da quando lo stesso sindaco lo aveva insignito con il titolo di Grande Becchino e Custode del cimitero di Vejano.

“Io nomino il signor Aldo Merini, becchino del nostro beneamato paese, con il titolo di … per onorare la sua stirpe di becchini che per secoli ha protetto con devozione il riposo dei morti” così recitava il discorso del primo cittadino durante la cerimonia. Il fatto è che chi era nato lì ci voleva anche morire per cui, alla fine, pur lamentandosi, i vejanesi erano costretti ad accettare ogni meschinità venisse fatta loro da quel farabutto. Il sindaco poi, non era da meno, visto che si era riempito le tasche di soldoni grazie a quella trovata.

– Cra! Cra! – gracchiò l’uccellaccio da dentro casa per attirare a sé l’attenzione del padrone: c’era qualcuno che aveva bussato alla porta. Il vecchio era un po’ duro d’udito, lo era sempre stato, inutile usare la scusa dell’età.

– Chi diavolo può essere a quest’ora? – si domandò il beccamorto, per il quale ogni ora sarebbe stata quella sbagliata.

Dall’occhiello della porta d’ingresso spiò due ragazzini smilzi di non più di dieci anni, con scarpe slacciate e calzettoni abbassati, e così lordi di fango da mettere a dura prova anche la mamma più permissiva di questo mondo.

– Ora vi faccio vedere io! – pensò a voce alta, levando catene e catenacci.

– Buongiorno, Signor Beccamorto! – disse uno dei due, quello che era una spanna più alto. L’altro cercò discretamente di pestargli un piede, ma la discrezione fu resa vana dall’urlo di dolore che l’acciaccato non riuscì a trattenere.

– Cosa posso fare per voi, splendidi bambini? – sibilò con la sua lingua biforcuta. I suoi pensieri, ben più sinceri delle parole, diedero conferma di quel che realmente era, e cioè uno spregevole individuo, perché pensò a quei due monelli come a delle orribili canaglie andate lì a spillargli qualche centesimo.

– Signor becchino – fece il più basso  – Stiamo raccogliendo dei soldi per poter iscrivere la nostra squadra di calcio al torneo di Sant’Orsio – al sentir nominare i soldi gli occhi del vecchio ammiccarono – Se lei volesse contribuire con una quota libera, metteremmo il suo nome insieme a quello degli altri sponsor. E poi, oltre a farsi pubblicità, farebbe anche un’opera di bene, perché il ricavato di tutte le iscrizioni andrà ad una scuola del Senegal e servirà a comperare scarpe e divise da calcio ai bambini poveri.

– Mi sembra un’ottima idea! Aspettate qui che vado a prendervi qualcosa – fece quello, allontanandosi e richiudendo la porta dietro di sé.

– Non ci darà niente – fece il più alto.

– Be’, almeno ci abbiamo provato! – fu la consolazione dell’altro, che già aveva voltato le spalle all’ingresso.

La porta si spalancò poco dopo con grossa sorpresa dei due.

– Ma dove ve ne andate così di fretta?! Non prendete quello che ho da darvi? – chiese il vecchio che si presentò con in mano una scatola di scarpe  – Tenete, questo dovrebbe bastarvi – e con un sorriso beffardo la passò al più alto.

Non appena ne alzò il coperchio, il ragazzino cadde d’istinto all’indietro buttando la scatola all’aria, l’amico lo afferrò per un braccio e insieme si allontanarono più veloci che poterono. Le grida dei due furono accompagnate dai singhiozzi del becchino e dell’uccellaccio divertiti dallo spettacolo.

– Ne vuoi un pezzo? – fece il vecchio, ma la cornacchia torse il collo e sventolò le ali per mostrare il suo dissenso. La carogna cominciava a puzzare, d’altronde era passata più di una settimana.

Afferrò per la coda il gatto morto e lo ripose nella scatola, lo stesso gatto che qualche anno addietro aveva affondato gli artigli nella sua pelle e nell’abito appena tirato fuori dalla confezione. E così la vecchiaia non aveva risparmiato neanche la sventurata bestiola la cui agilità, arrugginita dall’incedere del tempo, non era riuscita ad evitargli un’inforcata nell’addome.

– Rimettiamoci a lavoro, che abbiamo altre due casse da svuotare.

Aprì la bara e imbracò il corpo. Questa volta faticò con la pedalata: dovette imprimere molta più energia di prima perché il corpo del prete pesava tre volte di più rispetto quello del conte. Imprecò come solo lui sapeva fare.

– Maledetto idiota. E’ una fortuna che sei morto altrimenti ti strangolerei con le mie stesse mani! – sbuffò il beccamorto fuori di sé, ma il crocifisso in oro che pendeva dal collo del sacerdote lo riportò subito di buon umore e gli diede la forza di sollevare il corpo in aria. Una volta tirati i freni della bicicletta e messi i fermi alle carrucole, allungò le dita scarnite verso la catenina in oro e la strappò via con impeto. Peccato per lui, però, che quel nevrotico ed improvviso tremore alle mani che già da qualche tempo gli rendeva complicata la presa di un qualsiasi oggetto, gli fece sfuggire il gioiello che cadde dentro la bara.

Bestemmiò. Si calò nella cassa che in proporzione a lui era enorme: aveva pensato bene di farla più grande del necessario perché avrebbe dovuto ospitare l’uomo più obeso del paese, in fin di vita all’ospedale. Cercò tra le pieghe dell’imbottitura color cachi che foderava la parte interna della cassa e scorse una bibbia. La sfogliò come se dovesse trovarci dentro la catenina, ma la gettò quando si rese conto dell’assurdità del suo gesto. Solo dopo una mezz’ora di caccia al tesoro, un luccichio, da dentro una piega, lo guidò nella direzione giusta e finalmente tirò fuori il prezioso con una certa soddisfazione.

Destino volle, però, che quella fosse la sua ultima immagine, mentre uno sbatter d’ali ed un rumore che non fece a tempo a decifrare furono le ultime cose che riuscì a sentire, perché, mentre stava per rialzarsi, il corpo del pachidermico prete gli cadde addosso e lo schiacciò spezzandolo in due.

Avesse messo mano alle sue tasche per quel suo macchinario per sollevare cadaveri, invece di utilizzare materiale di scarto, chissà, probabilmente non sarebbe morto di una morte così stupida. Di certo la fortuna non era stata dalla sua, visto che il corpo del prete aveva retto a mezz’aria fin quando l’uccellaccio non ci si era posato sopra per iniziare a banchettare.

Trovarono il beccamorto in quella strana situazione solo dopo due settimane, quando morì l’uomo più obeso del paese, e scoperti i suoi macabri affari, decisero che il malandrino non meritasse una degna sepoltura, per cui il suo corpo venne cremato e finì in un negozio di animali, in vendita come mangime per pesci.

Non si può dire che alla cornacchia spettò sorte migliore perché, resa grassa e pesante dalle cibarie di carne umana, le ali non riuscirono a sollevare in aria la sua mole nel momento in cui un gattaccio le si avventò contro, e questa volta non poté esserci il beccamorto a salvarla.

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