Le regole dei libri thriller: sovvertiamo Van Dine

Le regole dei libri thriller: sovvertiamo Van Dine

 

S.S. Van Dine è stato un grande scrittore di libri gialli e polizieschi di inizi Novecento. Non ha mai scritto thriller nel vero senso della parola ed era un “purista” del genere giallo. Così, un bel giorno, decise di buttare giù venti regole che, secondo lui, ogni scrittore di gialli e polizieschi dovrebbe seguire per scrivere un buon romanzo di genere.

Purtroppo, però, non tutte le sue regole sono ancora valide. E io, personalmente, credo che molte delle regole create dall’uomo siano state scritte solo per offrire a qualcuno il piacere di poterle infrangere. Bene, oggi infrangerò quelle di Van Dine.

Perché? Perché non sono molto d’accordo con tante delle sue regole, perché credo che limitino la bellezza della letteratura di genere e tendano a omologare i romanzi. Soprattutto se parliamo di thriller, ovvero di storie che devono, appunto, regalare “thrill”, forti emozioni. Non mi piacciono le strade a una sola direzione.

Ora ti dico perché, e le analizzerò una per una.

 

REGOLA 1

Il lettore deve avere le stesse possibilità del poliziotto di risolvere il mistero. Tutti gli indizi e le tracce debbono essere chiaramente elencati e descritti.

Con questa prima regola mi trovo d’accordo al 100%. Come ho detto più volte, è imbarazzante, umiliante e disonesto nascondere indizi al lettore. Il lettore di gialli e thriller vuole giocare a fare l’investigatore, la sua è una partita a scacchi mentali con il detective/scrittore. Chi arriverà prima alla soluzione? Quindi: approvata!

Regola 2

Non devono essere esercitati sul lettore altri sotterfugi e inganni oltre quelli che legittimamente il criminale mette in opera contro lo stesso investigatore.

Già questa regola la condivido a metà. Voglio dire: la realtà è molto più complessa di quella descritta nella regola e il detective, in un’indagine reale, potrebbe trovarsi davanti a mille altre distrazioni. Per questo credo sia importante che lo scrittore ponga il lettore davanti a diversi depistaggi e falsi indizi, magari messi in atto dal caso o da altri attori che, nel frattempo, si muovono parallelamente per raggiungere i propri obiettivi e nulla hanno a che vedere con il colpevole. Altrimenti tutti i romanzi di Agatha Christie non avrebbero più senso.

Regola 3

Non ci dev’essere una storia d’amore troppo interessante. Lo scopo è di condurre un criminale davanti alla Giustizia, non due innamorati all’altare.

Anche in questo caso non sono d’accordo. Sono innumerevoli i film e i libri thriller che hanno all’interno del plot anche una storia d’amore. Basti pensare ai film di Hitchcock. Certo, la dicitura “troppo interessante” della regola potrebbe essere azzeccata. La storia d’amore non deve avere più rilevanza del mistero, ma può esserci, eccome! Peraltro, non condivido neppure il fatto di “condurre un criminale davanti alla Giustizia”. Se sto scrivendo un noir, o un thriller dal finale amaro, chi mi impedisce di far uccidere il colpevole, o farlo uscire da vincitore?

Regola 4

Né l’investigatore né alcun altro dei poliziotti ufficiali deve mai risultare colpevole.

Allora dovremmo buttare al rogo tonnellate di libri, da Agatha Christie agli hardboiled americani. La letteratura di genere è piena di storie in cui investigatori e poliziotti si sono macchiati di crimini e si sono rivelati addirittura i colpevoli di turno. Basti pensare che la serie “Dexter” è basata proprio su questo ribaltamento di regola.

Regola 5

Il colpevole dev’essere scoperto attraverso logiche deduzioni: non per caso, o coincidenza, o non motivata confessione.

Qui sono nuovamente d’accordo. Vale quanto ho detto per la regole numero 1: mai ingannare il lettore, la lealtà prima di tutto. Il nostro è un gioco di emozioni e una partita a scacchi mentale, giochiamola senza barare, altrimenti roviniamo il piacere del gioco.

Regola 6

In un romanzo poliziesco ci dev’essere un poliziotto, e un poliziotto non è tale se non indaga e deduce. Il suo compito è quello di riunire gli indizi che possono condurre alla cattura di chi è colpevole del misfatto commesso nel capitolo I. 

Purtroppo, anche qui Van Dine sbaglia, per me. Prima di tutto, chi l’ha detto che il misfatto deve essere commesso nel capitolo 1? Sono tantissimi il libri (compresi molti dei miei) in cui nel primo capitolo accade tutt’altro. E poi, chi glielo spiega ad Agatha Christie e a Conan Doyle, o a Edgar Allan Poe che hanno sbagliato tutto, mettendo al centro delle indagini un detective e in ombra poliziotti non proprio geniali?

Regola 7

Ci dev’essere almeno un morto in un romanzo poliziesco e più il morto è morto, meglio è. Nessun delitto minore dell’assassinio è sufficiente. Trecento pagine sono troppe per una colpa minore.

Invece, molti scrittori e registi ci hanno mostrato come anche un colpo in banca, una fuga nell’anonimato o una perdita di memoria senza morti ammazzati possa essere altamente coinvolgente. Ultimamente vanno di moda crimini molto efferati e truci, che io detesto fortemente, che si rifanno a quel “più il morto è morto, meglio è”. Per quanto mi riguarda, il crimine, qualunque esso sia, se presente, deve avere una parte marginale. Il protagonista è sempre il mistero.

Regola 8

Il problema del delitto deve essere risolto con metodi strettamente naturalistici. Apprendere la verità per mezzo di scritture medianiche, sedute spiritiche, la lettura del pensiero, suggestione e magie, è assolutamente proibito.

Anche questo è falso, per quanto mi riguarda. L’importante è stabilire subito le regole del gioco. Se sto per scrivere un thriller sovrannaturale in cui un gruppo di persone può leggere nella mente degli altri, posso tranquillamente creare indizi e depistaggi che fanno capo a questa particolarità. L’importante è che il lettore sappia fin dall’inizio con quali regole giochiamo, io e lui. Un esempio cinematografico: Gothika.

Regola 9

Ci deve essere nel romanzo un poliziotto, un solo “deduttore”, un solo deus ex machina. Mettere in scena tre, quattro, o addirittura una banda di segugi per risolvere il problema significa non soltanto disperdere l’interesse, spezzare il filo della logica, ma anche attribuirsi un antipatico vantaggio sul lettore. 

E invece ce ne sono tanti di casi del genere. Anche qui: basta illustrare le regole del gioco. Possiamo usare un punto di vista differente in ogni capitolo. Un punto di vista che fa capo a uno degli investigatori in campo. Così il lettore si sentirà uno di loro. E ogni punto di vista aggiungerà tasselli al puzzle. Un’indagine corale fantastica, se ben architettata, non trovi?

Regola 10

Il colpevole deve essere una persona che ha avuto una parte più o meno importante nella storia, una persona cioè, che sia divenuta familiare al lettore, e lo abbia interessato.

Nonostante alcuni romanzi abbiano trasgredito questa regola, io la trovo interessante. Non solo per il coinvolgimento emotivo dato dal personaggio che si è imparato a conoscere, ma anche perché torniamo al discorso del non barare. Nei primi gialli si usava inserire, all’improvviso, il maggiordomo o un intruso (spesso cinese) che si rivelava essere l’assassino. E il lettore diceva: chi cacchio è? Perché ho speso il mio tempo, sinora, a cercare di leggere nella mente dei protagonisti?

Regola 11

I servitori non devono essere, in genere, scelti come colpevoli: si prestano a soluzioni troppo facili. Il colpevole deve essere decisamente una persona di fiducia, uno di cui non si dovrebbe mai sospettare.

Idem, ho già detto la mia nella regola numero 10. Anche se quel “di cui non si dovrebbe mai sospettare” lo toglierei. Alle volte è interessante far credere al lettore che un personaggio non possa essere colpevole perché presenta una soluzione troppo semplice, per poi mostrargli che, al contrario, era proprio così. Basta giocare bene con gli indizi.

Regola 12

Nel romanzo deve esserci un solo colpevole, al di là del numero degli assassinii. Ovviamente che il colpevole può essersi servito di complici, ma la colpa e l’indignazione del lettore devono ricadere su un solo cattivo.

E chi glielo dice agli sceneggiatori di “Scream“? Quel film è stato grandosio proprio perché ci ha stupiti sovvertendo questa regola. Per non parlare dell’Assassino sull’Orient Express. Anche questa regola, dunque, non ha motivo di essere seguita. Anzi, meglio ancora, vale la pena di trasgredirla.

Regola 13

Società segrete, associazioni a delinquere et similia non trovano posto in un vero romanzo poliziesco. Un delitto interessante è irrimediabilmente sciupato da una colpa collegiale.

Tom Clancy, Camilleri e altri non hanno proprio dato ascolto a Van Dine. Questi e altri scrittori hanno mostrato come anche con una società segreta o un’organizzazione criminale alle spalle, l’assassino possa diventare un personaggio misterioso, intrigante e interessante da smascherare. E io sono d’accordo con questi scrittori.

Regola 14

I metodi del delinquente e i sistemi di indagine devono essere razionali e scientifici. Vanno cioè senz’altro escluse la pseudo-scienza e le astuzie puramente fantastiche, alla maniera di Jules Verne.

Un thriller poliziesco, invece, può tranquillamente sfociare in questi generi fantascientifico-avventurieri. Come ho già detto: basta mettere in chiaro da subito le regole del gioco, così da permettere al lettore di guerreggiare ad armi pari con noi scrittori. Azimov ci ha mostrato, più di ogni altro, che tutto ciò è davvero possibile.

Regola 15

La soluzione del problema deve essere sempre evidente, ammesso che vi sia un lettore sufficientemente astuto per vederla subito. Se il lettore, dopo aver raggiunto il capitolo finale e la spiegazione, ripercorre il libro a ritroso, deve constatare che in un certo senso la soluzione stava davanti ai suoi occhi fin dall’inizio, che tutti gli indizi designavano il colpevole e che, se fosse stato acuto come il poliziotto, avrebbe potuto risolvere il mistero da sé, senza leggere il libro sino alla fine.

Vero, nulla da aggiungere qui. E non vale solo per il poliziesco-giallo-noir-thriller. Hai mai visto il film “Il sesto senso“? Se la risposta è “sì”, sai cosa intendo. Io l’ho rivisto 2 volte di seguito solo per studiare come sono stato ingannato.

Regola 16

Un romanzo poliziesco non deve contenere descrizioni troppo diffuse, pezzi di bravura letteraria, analisi psicologiche troppo insistenti, presentazioni di “atmosfera”: tutte cose che non hanno vitale importanza in un romanzo di indagine poliziesca.

Forse anche per questo motivo, per molti anni, il giallo è stato considerato un genere “basso”. Solo quando gli scrittori hanno iniziato a sovvertire questa regola le cose sono cambiate. Anche nei gialli e nei thriller si può mostrare la propria bravura, giocare con descrizioni e stati d’animo. Se le analisi psicologiche non fossero possibili, io non potrei scrivere psychothriller e Patricia Highsmith non sarebbe mai passata alla storia.

Regola 17

Un delinquente di professione non deve mai essere preso come colpevole in un romanzo poliziesco. I delitti dei banditi riguardano la polizia, non gli scrittori e i brillanti investigatori dilettanti. Un delitto veramente affascinante non può essere commesso che da un personaggio molto pio, o da una zitellona nota per le sue opere di beneficenza.

Qui mi lego a quanto già detto per le organizzazioni criminali. Null’altro da aggiungere.

Regola 18

Il delitto, in un romanzo poliziesco, non deve mai essere avvenuto per accidente: né deve scoprirsi che si tratta di suicidio. Terminare una odissea di indagini con una soluzione così irrisoria significa truffare bellamente il fiducioso e gentile lettore.

E perché? Dietro un suicidio non potrebbe celarsi un motivo più che valido per indagare? E dietro una morte casuale non potrebbe nascondersi una tragica sequenza di eventi che fanno capo a qualche intrigante motivazione (normale o paranormale)? Certo che sì. Ecco perché anche questa regola non trova riscontro nella realtà. Anche se il libro termina con un suicidio o per colpa del “caso”, i motivi per rimanere a bocca aperta sono molti.

Regola 19

I delitti nei romanzi polizieschi devono essere provocati da motivi puramente personali. Congiure internazionali ecc. appartengono a un altro genere narrativo. Una storia poliziesca deve riflettere le esperienze quotidiane del lettore, costituisce una valvola di sicurezza delle sue stesse emozioni.

Non sono d’accordo. Anche dietro intrighi internazionali possono esserci motivazioni puramente personali. Hitchcock ce lo ha mostrato. Si può scrivere un poliziesco (giallo, thriller, noir, hardboiled) anche utilizzando questo tipo di espediente. Persino la regina del poliziesco, Agatha Christie, lo ha fatto.

Regola 20

Ed ecco infine, per concludere degnamente questo “credo”, una serie di espedienti che nessuno scrittore poliziesco che si rispetti vorrà più impiegare; perché già troppo usati e ormai familiari a ogni amatore di libri polizieschi. Valersene ancora è come confessare inettitudine e mancanza di originalità:

  • scoprire il colpevole grazie al confronto di un mozzicone di sigaretta lasciata sul luogo del delitto con le sigarette fumate da uno dei sospettati;
  • il trucco della seduta spiritica contraffatta che atterrisca il colpevole e lo induca a tradirsi;
  • impronte digitali falsificate;
  • alibi creato grazie a un fantoccio;
  • cane che non abbaia e quindi rivela il fatto che il colpevole è uno della famiglia;
  • il colpevole è un gemello, oppure un parente sosia di una persona sospetta, ma innocente;
  • siringhe ipodermiche e bevande soporifere;
  • delitto commesso in una stanza chiusa, dopo che la polizia vi ha già fatto il suo ingresso;
  • associazioni di parole che rivelano la colpa;
  • alfabeti convenzionali che il poliziotto decifra.

Ovviamente, basta aver letto un po’ di libri di genere per ricordare come decine e decine di scrittori abbiano riutilizzato, negli anni, questi espedienti in modi diversi. Già solo sul tema della camera chiusa si potrebbe aprire un dibattito lungo ore intere. C’è proprio un filone intero del giallo classico dedicato a questo espediente. Nonostante tutto, ancora se ne scrive. Quindi…

 

Per concludere

In conclusione, dunque, io sarò anche un rompiscatole che odia gerarchie e regole, ma in questo caso credo di aver dimostrato che vivere con troppe regole e con i paraocchi può nuocere gravemente alla propria creatività. Io preferisco non mettere limiti e pormi una sola regola: emozionare i miei lettori con il mistero, senza mai barare.

Tu che dici?

Aggiungi il tuo commento

Il tuo indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnata da *