Recensione romanzo thriller con intervista: “A come assassino” di Ernesto Gastaldi

Recensione romanzo thriller con intervista: “A come assassino” di Ernesto Gastaldi

Con questo articolo voglio presentarvi il nuovo libro di Ernesto Gastaldi, “ A come assassino”. Gastaldi è un autore di altissimo spessore, sia letterario che cinematografico.

Come si legge su Wikipedia, “Nel ventennio 1960-1980 ha lavorato a oltre cento pellicole, collaborando, tra gli altri, con Mario Camerini, Mario Bava, Lucio Fulci, Damiano Damiani, Michele Lupo, Riccardo Freda, Antonio Margheriti, Tonino Valerii e Sergio Leone. In questo periodo è stato uno tra i più importanti e prolifici sceneggiatori dei generi giallo, spaghetti-western e del noir.”

Tra i film più noti firmati da lui abbiamo Milano odia: la polizia non può sparare, Il mio nome è Nessuno (con Terence Hill & Henry Fonda), Il grande duello, C’era una volta in America (con Robert De Niro), Casablanca Express (con Glenn Ford).

Abbiamo a che fare, dunque, con una garanzia. Per questo motivo ho deciso di recensire il suo nuovo libro e lo farò con un’intervista che mi ha gentilmente concesso. Un’intervista in 7 domande. 7 come gli eredi del conte Prescott…

 

Trama del romanzo thriller

John Prescott giaceva riverso sulla sua poltrona di cuoio, piegato su un lato, la testa sulla scrivania, gli occhi spalancati per un ultimo stupore. Piantato nella gola squarciata aveva un pugnale di foggia particolare con una “A” con svolazzi gotici incisa sul manico di legno…

 

Intervista a Ernesto Gastaldi

Parliamo un po’ di “A come assassino”. Un romanzo giallo tratto dall’omonima commedia teatrale premio ISTITUTO DRAMMA ITALIANO nel 1957 e messa in scena dalla Compagna Spaccesi. Di cosa tratta, questo libro?

Dell’avidità umana e dell’incredibile stupidità di chi si crede più furbo di tutti.

 

Come si inserisce questa storia nello scenario socio-politico e culturale di oggi?

Non ha pretese così alte, tuttavia credo possa riflettere il pessimismo di questi anni, l’impossibilità di capire come stanno davvero le cose e come le catene criminali possano essere mosse da una parola o da una piccola azione, difficile da punire.

“Chi mi libererà da questo prete?” Enrico II non ordinò l’uccisione del vescovo di Canterbury, la auspicò. Sarebbe colpevole in un tribunale moderno?

 

In proposito, l’aspetto che più mi ha affascinato di questa storia è l’analisi psicologica dei personaggi. Una serie di inneschi causa-effetto che rispecchiano alcuni dei più complessi meccanismi comportamentali umani. Nell’insieme, qual è la sua visione dell’essere umano?

Assomiglia a quella di Walter Brand, il poliziotto: un po’ delusa, un po’ smagata, con un finale comunque sdegnato e senza lieto fine perché, se si continua la narrazione, Biancaneve morirà di Alzheimer e il Principe Azzurro di cancro alla prostata, comunque sempre troppo breve per sperare di riuscire. Perché viviamo e che roba è questo immenso universo pieno di esplosioni tremende, radiazioni mortali con grumi di materia a volte protetti da un’atmosfera in cui qualcuno si è evoluto al punto di guardare spaventato quel caos? Quindi, una visione del tutto difforme da quella dei personaggi di casa Prescott il cui orizzonte è solo il denaro.

 

Quali sono gli elementi che, secondo lei, coinvolgono maggiormente il lettore, in “A come assassino”?

Credo che sia il meccanismo della selezione “naturale” esercitata sfruttando le debolezze altrui, un gioco psicologico sottile, un gioco cinico dove tutti sono convinti di vincere, di essere i più abili.

Il giallo è un gioco portato all’estremo ma spesso, nella vita, si incontrano personaggi come i Prescott, convinti tutti di essere più furbi degli altri: si pensi a quelli che credono ai complotti di ogni genere, pensano di essere più intelligenti dei “fessi” che credono alle notizie ufficiali, ne sono così sicuri da sentire parlamentari che mettono in dubbio l’atterraggio sulla Luna o sono convinti che esistano basi aliene sottomarine d’accordo coi governi subdoli e traditori.

 

Riuscire nella creazione di così tante storie, tutte di alta qualità e di generi diversi, richiede delle doti particolari. Quali crede che siano le principali caratteristiche che l’hanno aiutata, nel suo percorso professionale?

Non lo so, io cominciai a scrivere il primo primo romanzo, mai terminato, sui pellerossa, affascinato da Salgàri, Mioni, e altri. Li avevo divorati tutti in una estate, presi dalla biblioteca delle suore di Graglia, il paesino dov’ero nato e dove mi mandavano a passare le vacanze: avevo 9 anni.

Poi sono passato a dare spettacolo con un teatrino di burattini, improvvisavo storie di cui non ho più memoria, facendo pagare due soldi a bambini: avevo 10 anni.

Quindi allestii uno spettacolo di giochi di prestigio all’oratorio dei salesiani: avevo 15 anni.

Poi arrivò l’adolescenza, con il primo amore assoluto e il terribile dolore quando l’illusione finì: questa fu la molla che mi spinse a lasciare Biella, la città in cui avevo studiato, giocato a pallacanestro, e diplomato. Per tre anni noiosissimi dovetti lavorare alla Banca Sella, conobbi Peppo Sacchi (quello della futura Telebiella, che fece cadere il monopolio RAI) e lui vinse, al festival amatoriale di Montecatini, la coppa AGIS per il film più spettacolare: era COWBOY STORY, il primo vero western italiano moderno: era il 1954.

Mia madre aveva ottenuto la pensione di guerra per la morte di mio padre, avvenuta nel 1945, e quindi vidi una via di fuga nel tentativo di trasformare il cinema amatoriale di Sacchi in quello professionale.

Era un progetto un po’ folle, ma ideai un piano per sollevare clamore a Montecatini: scrivere una storia cattiva, dove vincevano i cattivi e se si strappava la camicetta di un’attrice, facendo saltar fuori una poppa. Non sapevo che si chiamasse “sceneggiatura”, dissi a Sacchi che avrei scritto quello che dovevano fare e dire gli attori.

Per otto mesi nelle ore libere girammo “LA STRADA CHE PORTA LONTANO”, un’ora e 20 minuti di film bianco e nero, muto, che doppiavamo da dietro lo schermo ogni volta che lo proiettavamo.

Per un mutamento del regolamento del Festival di Montecatini ci trovammo a proiettarlo un lunedì mattina alle nove, senza che la giuria DC lo vedesse. Sala quasi vuota che dopo 10 minuti era affollata con gente in piedi. Chi sia corso per le strade di Montecatini a dire che si stava proiettando qualcosa di mai visto è rimasto un mistero.

Scoppiò lo scandalo che riempì giornali e riviste di cinema e vennero da Roma Alessandro Blasetti, il ministro De Pirro, il direttore di Cinecittà Tito Marconi e dovemmo riproiettare e ridoppiare il nostro film. Ricevemmo una comunicazione di grave rimprovero per avere sorpreso la buonafede del Festival, ma anche una visita di Blasetti, entusiasta, che ci chiese se volevamo entrare al centro Sperimentale di Cinematografia.

Piano riuscito, il primo passo era stato fatto. Era il 1955.

 

Si dice che oggi, in Italia, si legga sempre meno. Lei come la vede e quale pensa siano le cause, se ritiene questa affermazione realistica?

Leggere richiede attenzione, fantasia eccitabile dalle parole che si leggono, calma e pazienza per gustare un racconto. Viviamo un’epoca di frenetico cambiamento, dove molti comunicano via tweet, poche parole, centinaia di contatti senza il tempo di pensare davvero. Questa è la civiltà delle immagini fugaci, della paura, della noia e dell’isolamento e, paradossalmente, non siamo mai stati tanto isolati da quando tutti siamo connessi.

Io partecipai attivamente alla nascita di questa era, costruii un “cervello elettronico”, come si diceva nel 1970, intorno allo Z-80, saldando centinaia di transistor, resistenze, condensatori… tra le risate dei colleghi di cinema che dicevano che non sarebbe mai servito a niente, io rispondevo che anche un neonato non serve a niente, bisogna lasciarlo crescere.

Nel 1980 fondai la HUMAN INTERACE con Gianluca Pivato e il cognato di Sergio Leone, Fulvio Morsella. Gli amici di cinema continuavano a prendermi in giro, ma io sapevo che la cosa avrebbe avuto un grande futuro, ma mai immaginai così invasivo e torrenzialmente in progresso com’è oggi.

 

Per chiudere, molti desiderano fare gli scrittori o gli sceneggiatori, oggi, ma pensano che basti avere passione. Qualche consiglio, per queste persone?

Vale per tutti la massima, forse di Edison: il successo è 1% di genio e 99% di sudore. Io aggiungo che il 50% è fortuna: avere l’idea giusta al momento giusto, essendo casualmente nel posto giusto.

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