Racconto “Cinque passi”
Ti presento un brevissimo racconto thriller: appena 1.861 battute.
Un testo che ha riscosso grande successo, non solo per la sua intensità drammatica, ma anche per il suo numero di battute davvero insolito — frutto di una sfida lanciata dall’editore a noi autori.
Questa particolarità non è casuale.
Nel 2011, infatti, il racconto è stato scelto per far parte di una raccolta di mini storie pubblicata da Ego Edizioni in occasione dei 150 anni dell’Unità d’Italia (avvenuta, appunto, nel 1861).
Ma non finisce qui!
Nel 2025, il talentuoso doppiatore Alessio Scribani ha deciso di regalarmi una splendida sorpresa: una versione audio del racconto, interpretata in modo magistrale.
Un grazie di cuore, Alessio!
Cinque passi
Aveva sceso le scale urlando lasciami stare. Ivan era rimasto sul divano con le mani tra i capelli. Erano passati giorni, ma lo ricordava ancora bene. Eccome.
Anni di convivenza buttati nel cesso. Così, con un lasciami stare. Avesse aggiunto brutto stronzo! No, nemmeno quello. Doveva finire perché era la sua decisione, ogni spiegazione l’aveva ritenuta superflua.
Il ragazzo tirò su col naso e strizzò gli occhi umidi di dolore.
«La Padania ha una sua storia!» urlava la TV.
Non poteva ancora crederci. Come quando senti al TG di un infanticidio e pensi non è possibile. Come quando vedi scene di guerra e credi che non esistano. Come quando t’illudi che il destino possa riservare dolori solo agli altri. E poi ti svegli dal sogno, per comprendere che quegli altri possiamo diventare noi. E allora ti dici: sì, tutto è possibile.
«Non parteciperemo ai festeggiamenti dei 150 anni di Italia!». Guardò la TV con un senso di schifo. Gli faceva schifo tutto. I sacrifici, le gioie, i dolori.
Aveva condiviso con Irene una vita, o almeno così la vedeva lui. Una vita di speranze e progetti. Molti sacrifici e diverse gioie. Ma era stato fatto tutto insieme. I meriti e le colpe erano di entrambi.
Da quel giorno non più. Non più.
Ognuno riprendeva i propri meriti e le proprie colpe. Ma avevano ancora valore? Lo avevano ancora adesso che ognuno tornava per la propria strada? Aveva senso aver faticato e sofferto tanto per tutto quello che avevano costruito insieme e che ora non esisteva più?
No, non lo aveva. Si alzò. Cinque passi. Solo cinque.
Tanto lo separava dal balcone. Guardò giù da quell’undicesimo piano. La città festeggiava. Festeggiava un’Italia unita contro la volontà di alcuni. Un’unità che non gli apparteneva più.
Quei visi sorridenti, la parata musicale.
Chiuse gli occhi e spiccò il volo.
Ma un uomo non ha le ali.
Non più dopo aver sofferto l’abbandono.






4 Commenti
…!!!
la cosa più bella di questo mini racconto, non è tanto il racconto in se, la cosa più bella di questo racconto è che si sentono i rumori dei festeggiamenti nella strada.
Si sente l’odore della pelle bagnata dalle lacrime non trattenute, nemmeno per orgoglio.
E mentre la tua mente osserva il suo volo, il tempo si ferma e si sente il rumore delle ali spezzate che volteggiano insieme alla camicia slacciata…..
Wow! Grazie Vincenza!
In realtà, con le tue bellissime parole, hai completato il racconto.
L’hai reso ancor più vivo. Più emozionante.
Evidentemente sei un’appassionata scrittrice.
Qualora non lo fossi, dovresti cominciare subito!
RT
Questo breve racconto sembra riassumere perfettamente una vicenda comune un po’ a tutti,per me sicuramente:l’abbandono. Visto con occhi tragici e sensibili,di chi non vede una via d’uscita o di chi ha il coraggio di porre fine alle sofferenza dell’anima dovute a quella grande malattia che si chiama amore. Perché è proprio questo sentimento che a volte ti fa sentire in paradiso e altre volte ti fa spiccare il volo verso i baratro.
Già, Simone…
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