Intervista a Giovanni Sechi, autore del romanzo thriller “Il sesto indizio”

Intervista a Giovanni Sechi, autore del romanzo thriller “Il sesto indizio”

 

Oggi ti presento un’intervista a Giovanni Sechi, autore del romanzo thriller “Il sesto indizio”.

Giovanni Sechi, giovane talento italiano della narrazione (classe 1983), dopo essersi fatto le ossa, come si usa dire, ha esordito con il noir “Solo tre regole”.

Ora, con “Il sesto indizio”, entra di diritto tra gli autori del nuovo noir all’italiana. Vediamo cosa ci racconta in questa intervista.

 

Intervista a Giovanni Sechi, autore del romanzo thriller “Il sesto indizio”

D: Ciao Giovanni, grazie per aver accettato l’intervista. Come nasce la tua passione per la narrazione che oggi ti porta al successo del noir “Il sesto indizio”?

R: Ciao Roberto, è un piacere discutere con te. Amo la narrazione perché mi permette di vivere mille vite, di assaporare esperienze incredibili, di crescere come persona. E di divertirmi da matti, ovviamente.

D: Cosa ha ispirato la nascita di questa intrigata e originale storia? Da dove sbucano fuori i fratelli Carta, le loro investigazioni e i loro problemi?

R: Le mie storie nascono dal mondo come lo vedo: complesso, pieno di contraddizioni e di sorprese. Le avventure e i fardelli che racconto sono influenzati dal tempo e dal luogo in cui sono ambientati.

D: Si dice che in Italia non si legge, che il mondo della letteratura e dell’editoria siano al tracollo e altre cose del genere, sempre dal carattere catastrofista. Tu, che ti affermi a livello nazionale come professionista della scrittura proprio in questo periodo, cosa ne pensi?

R: Penso che l’uomo abbia sempre avuto bisogno di storie e che tutto ciò che è vivo si evolve. Un tempo si ascoltavano i nonni raccontare esperienze passate e storie antiche di fronte a un fuoco acceso. Ora quei nonni, purtroppo, non li ascolta più nessuno, e si passa più tempo a guardare serie tv che a leggere libri. Ma i cambiamenti non sono per forza un male, e credo che sia meglio, per esempio, giocare a un videogioco di qualità che leggere un romanzucolo trash. Con tutti i metodi di narrazione disponibili e le distrazioni esistenti (pensiamo ai social), per gli scrittori è diventato assai difficile guadagnarsi il tempo dei lettori. La mia reazione è semplice: scrivere con passione e attenzione senza farmi troppe domande sul futuro della letteratura, che mi pare, fortunatamente, ancora lontana dal morire.

D: Un tema di questo romanzo che mi ha colpito molto è quello che porta a chiedersi se valga sempre la pena conoscere la verità. Un concetto che si può declinare in ogni àmbito della vita, dal crimine al lavoro, sino alle relazioni di coppia. Ti andrebbe di approfondire un po’ il tuo pensiero, su questo argomento?

R: Il rapporto con la verità riguarda lo schema di valori di tutti noi. Non sempre la verità è costruttiva o porta alla felicità: quante volte abbiamo pensato “quella cosa era meglio non saperla”! Ma decidere di vivere preferendo falsità di comodo alla verità può rivelarsi una scelta sciagurata, soprattutto a lungo termine. Inoltre, che valore può avere una pace fondata sulla menzogna, e per quanto può durare? Stando lontani da facili moralismi o banalizzazioni, reputo questo dilemma basilare, nel nostro tempo, così ho deciso di renderlo fondamentale nel romanzo.

D: Giallo, thriller, hard boiled… i generi che ruotano attorno alla narrazione di crimini sono molti. Come mai hai scelto proprio il noir?

R: Perché amo il male! Mi spiego meglio: attraverso la narrazione del crimine si può raccontare l’intero fenomeno umano, con gioie, speranze, dolori e paure. Quando il male entra nella vita delle persone, spinge spesso ad azioni e reazioni inaspettate e imprevedibili. Per questi, i generi che elenchi offrono possibilità infinite.

D: Che ne pensi di dare qualche consiglio a chi vuol fare della passione per la scrittura un vero lavoro, oggi, in Italia?

R: Consiglio di puntare sempre sulla qualità. Spesso si sente dire che in Italia ci sono troppi scrittori. Non è vero: le case editrici hanno ancora fame di bravi scrittori. Ma alla base di quel “bravi” ci sono tanti anni di impegno e studio. Chi vuole scrivere per professione non può sperare di evitarli.

D: Infine, cosa bolla in pentola, per il futuro post-“Il sesto indizio“?

R: Sto pensando a un nuovo caso per la Orpheus, ma se verrò sorpreso da un’ispirazione che mi spinge in una direzione diversa, non me la farò scappare.

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