Eva crudele: un thriller che toglie il fiato. [Intervista]

 

Eva crudele, il titolo di questo thriller. Alex B. Di Giacomo L’autore. Un thriller che ho avuto il piacere di leggere in anteprima. Un romanzo che lascia il segno e fa pensare. D’altronde, la penna è d’autore. Un professionista navigato della narrazione.

Basta, ora sta a te scoprire tutta la verità su questo nuovo progetto editoriale…

 

Parlaci di te, in grandi linee. Presentaci l’autore, come dicono i giornalisti veri.

L’autore viene sempre dopo l’opera. Anzi, “dopo aver scritto il proprio libro, l’autore dovrebbe morire”, ha scritto Umberto Eco, come a suggerire di non fidarsi troppo di ciò che gli scrittori, narcisisti e bugiardi, dicono di se stessi. Fatto questo preambolo, mi presento. Sono uno sceneggiatore di cinema e fiction televisiva e, parallelamente ai copioni, mi dedico all’attività letteraria.

Ho vinto il premio Tedeschi con un giallo ambientato negli anni di Tangentopoli e dello stragismo mafioso, Punto di rottura (Mondadori), che a breve uscirà in e-book per la Go-ware in una versione completamente rimaneggiata, con il titolo Il prezzo del silenzio, e ho appena firmato un contratto per la pubblicazione di un noir sulla stagione della contestazione e del terrorismo nero.

Eva crudele, uscito a settembre con i tipi della Ciesse, è un importante tassello della mia produzione e riflette sulla doppiezza della natura umana e sui labili confini tra sanità e follia. Naturalmente è un thriller,  il genere più adatto a esplorare pulsioni ambivalenti, le miserie e le grandezze dell’uomo.

 

Dove nasce l’idea di questo libro?

Sono rimasto colpito dalla efferatezza dei crimini di una serial killer americana, Aileen Wuornos, e dal fatto che, prima di essere stroncata da una iniezione letale nella prigione di massima sicurezza della Florida, abbia pronunciato una frase inquietante: “Io tornerò indietro per voi.”

L’idea del romanzo è nata da questo spunto di cronaca. Mi sono domandato se veramente una serial killer come la Wuornos potesse risorgere e che diavolo succederebbe se fosse in circolazione una tale belva, una predatrice che disprezza il genere maschile ma che le stesse perizie psichiatriche giudicano sana di mente.

Dal punto di vista letterario trovo affascinante mettere al centro di sanguinose vicende una donna, che non rispecchia minimamente l’immagine della custode del sacro focolare domestico.

No, è un’assassina spietata, in grado di sedurre le sue vittime. Una specie di Alien con tacchi a spillo e curve sinuose, e ha gli occhi candidi della ragazza della porta accanto.

 

Se dovessi consigliarlo, quali elementi sceglieresti come punti di forza?

Uno scrittore non dovrebbe essere un venditore e non dovrebbe dire cosa c’è di buono o cattivo in quello che fa. Un romanzo poi, sotto l’aspetto semiotico è una macchina per generare interpretazioni, e sarebbe assurdo che l’autore suggerisse le chiavi interpretative.

Recentemente un grande narratore come Shteyngart ha dichiarato:

Io ci metto tre anni a finire un libro, e un anno per tentare di farlo leggere. Sono stato un mago dei blurb, le frasi acchiappa-lettori da mettere sulla copertina. Poi ho iniziato a girare book-trailer: per attirare nuovo pubblico. Dopo ho girato per tutto il paese, a presentarlo, come un venditore ambulante: parti da New York e arrivi in Ohio”.

Ecco, vorrei evitare che la figura dello scrittore scadesse in quella del piazzista.

Ma siccome c’è nel mio animo anche un po’ del venditore ambulante, di quello che ti invita a comprare la mercanzia sul banco, dico subito che Eva crudele non è paccottiglia. È un romanzo che i lettori non dimenticheranno. Non è quel genere di libro che si chiude e si pensa ad altro. No, questo no. E’ una storia disturbante, che ti entra dentro e non se ne va più via.

È un thriller che rende partecipe il lettore dell’insicurezza e dei conflitti che attraversano un’epoca. Non è una banale caccia alla serial killer di turno. Il romanzo mette al servizio della legge il meglio delle scienze forensi e tutte le competenze della psicologia criminalistica, ma per quanti sforzi compiano gli investigatori e per quanto bravi siano non serve a nulla.

C’è una soglia davanti a cui la Scientifica si ferma, un confine che non è oltrepassabile, qualcosa che i poliziotti e gli psicologi non riescono a decifrare, in quanto sfugge alla razionalità e al comune sentire. Parlo dell’ignoto, del mistero, della follia.

 

Quali sono le fonti d’ispirazione dei tuoi personaggi?

Le fonti d’ispirazione sono molteplici, perché la mente di uno scrittore assorbe tutto quello che vede e sente, e spesso lo fa in maniera inconsapevole.

Per la serial killer mi sono rifatto ad Aileen Wuornos, come dicevo, che è una delle serial killer più efferate della storia criminale. Ho immaginato i suoi percorsi mentali, e ho ricreato sulla pagina il suo odio per gli uomini, nato dalle violenze subite e dalle tante delusioni, la sua capacità mimetica e seduttiva nel portare a termine un piano sanguinario e infine la sua attrazione per le donne.

Invece per le vittime dell’assassina seriale, i personaggi maschilisti, violenti e sadici che la vendicatrice rapisce e uccide, mi sono ispirato alle figure maschili negative che ci sono in Italia.

In una società reazionaria come la nostra non mancano gli esempi del militare perverso, che stupra la moglie perché lo ritiene un suo diritto, dell’uomo dallo spirito vile e gregario che cerca di controllare le ragazze più fragili facendo assumere loro cocaina e infine del magnate delle televisioni che considera la femmina come un oggetto, tradisce la moglie per una donna più giovane e ha il potere come unico orizzonte.

Se qualcuno ha riconosciuto nel ritratto del tycoon televisivo sprezzante e materialista il nostro ex premier, non è in errore.

Per quanto riguarda il protagonista, gli apporti sono stati diversi. Georges Simenon ha scritto che “abbiamo in noi tutti gli istinti dell’umanità. Ma li freniamo per onestà, prudenza, educazione, talvolta semplicemente perché non abbiamo l’occasione di agire diversamente. Il personaggio di un romanzo andrà fino al limite di se stesso e il mio ruolo di romanziere è di metterlo in una situazione tale che vi sia costretto.”

Il protagonista di Eva crudele non è un integerrimo poliziotto. Al contrario, tiene gli altri a distanza ed è dotato di robusti pregiudizi verso le donne, perché volevo raccontare di un investigatore che non appartenesse per statuto ontologico alla categoria dei buoni, e non esprimesse il manicheismo di fondo della maggioranza della narrativa italiana.

È sex-addicted e ha la necessità impellente di consumare rapporti sessuali. La sua dipendenza dal sesso costituisce un problema perché condivide il posto di lavoro con una psicologa niente male e le indagini lo portano a sospettare di donne bellissime e provocanti.

Al di là della patologia, che è una malattia seria, personalmente con il protagonista condivido il lato più astratto del carattere. Anch’io sono una persona ossessiva e penso che le ossessioni abbiano una loro positività.

Sono forze irresistibili e trascinanti, che ci fanno sentire vivi ma al tempo stesso ci possono portare nel gorgo. Hanno un fondo  distruttivo, sono pericolose, ma contemporaneamente ci allontanano dal grigiore della normalità. Sono attratto da qualsiasi tipo di ossessione e vivo di ossessioni. A cominciare da quella della scrittura.

 

Quanto della tua esperienza da sceneggiatore c’è nel romanzo?

Sicuramente avere una padronanza della struttura narrativa e della drammaturgia aiuta, da un punto di vista tecnico nella costruzione del plot, ma scrivere un romanzo è completamente diverso dallo scrivere una sceneggiatura.

Un film o una serie sono frutto di una collaborazione, un lavoro di una squadra, e il copione dovrà tenere conto dell’estetica e dei mezzi cinematografici così come dell’intervento del regista, degli attori, dello scenografo o del produttore. Se superiamo una idealizzazione un po’ ingenua, lo sceneggiatore nella maggior parte dei casi lavora su commissione, ed è una sorta di “angelo” col compito di redimere, di salvare dalla dannazione, il materiale spesso sgangherato e scadente che gli viene affidato.

Lo scrittore al contrario lavora in perfetta solitudine ed è come un Dio, perché forgia la sua creatura con le caratteristiche che vuole, pezzo dopo pezzo.

Un’opera narrativa stabilisce una comunicazione diretta con il lettore e stimola la sua immaginazione con espedienti letterari. Contiene descrizioni di luoghi, evoca immagini attraverso la prosa, compie ritratti psicologici dei personaggi, può avere digressioni di filosofia o di sociologia, attraverso la magia delle parole crea uno stile, una “voce”.

 

Che ci dici del tuo blog? Organizzi anche corsi, dico bene?

All’inizio ho creato il blog www.colpidiscena.blogspot.it per gioco e poi, con l’aumentare dei post, delle e-mail che arrivavano e del flusso delle visite, è diventato un punto di riferimento per addetti ai lavori e per tutti gli appassionati di storytelling, di cinema e narrativa.

Adesso lo considero come un figlio, e dopo tanto che non lo aggiorno mi sento in colpa e corro a riparare, come se avessi mancato di attenzione alla mia “creatura”. Ovviamente dalle colonne del blog pubblicizzo anche il mio corso di sceneggiatura, che verte sui princìpi della narrazione cinematografica e televisiva.

 

Tu sei un fautore delle Web Series. Che futuro prevedi per questo nuovo genere di fiction, in Italia?

Le web-series in Italia sono una grossa incognita o, a seconda dei punti di vista, una minaccia per l’establishment dello spettacolo, o una speranza per chi si auspica un cambiamento.

Al pari dell’editoria digitale, la web-fiction non gode di consenso di massa. Siamo un paese di vecchi con una atavica diffidenza verso la tecnologia.

La banda larga e internet non sono così diffusi sul territorio, al pari dei device per leggere un e-book. Ne consegue che questi due mercati non generano utili e hanno pochi utenti rispetto alla televisione generalista e ai best seller della grande editoria.

Difficile che lo scenario cambi nel giro di qualche anno, ma a me piace pensare o sognare che dalle web-series e dagli e-book arriverà qualcosa di nuovo, una vocazione a varcare i confini nazionali, a superare il provincialismo e le maglie sempre più strette delle solite cricche, una rivoluzione culturale che scuota le fondamenta di un sistema obsoleto che ha fatto il suo tempo.

 

Cosa ne pensi delle produzioni thriller degli ultimi tempi (romanzi, sceneggiature, serie tv…)?

Il cinema thriller è ancorato a forme di narrazione più classiche. Le fiction americane invece hanno introdotto grandi novità sia nei contenuti che nella forma. Nel campo televisivo troviamo  la maggiore sperimentazione e la maggiore radicalità di visione rispetto alle altre arti.

True detective, I Soprano, Breaking bad, ma anche The wire, The missing e Bates Motel hanno cambiato il concetto stesso di narrazione e di genere e anche il concetto di autorialità.

Come ha scritto 20 anni fa un critico di New York “le fiction hanno incorporato una complessità dickensiana che ha qualcosa del realismo vittoriano”. Il romanzo non può eguagliare queste costruzioni, neppure quando si trasforma in corposa saga, perché i plot multipli delle serie hanno una tessitura virtuosa, si snodano per decine di episodi e addirittura per stagioni, fanno evolvere i loro personaggi con lunghi archi di trasformazione e l’accumulo delle puntate ha un effetto sinergico e un potere drammatico incomparabile.

C’è da dire che tutta questa produzione televisiva più recente deve molto ai libri neri e sulfurei, estremi, di una generazione di scrittori di razza come Thompson, Bunker, Stevens, King, Ellroy e Crumley, che hanno saputo raccontare il lato oscuro del sogno americano.

Purtroppo oggi questa generazione ha perso la spinta propulsiva e alcuni di questi scrittori sono morti.  Se si esclude Don Willow e Dexter, uniche eccezioni di un panorama abbastanza asfittico, iI thriller americano si è trasformato in una macchina virtuosa, una rigida formula di successo. Anche negli altri paesi il giallo è la moda del momento, cavalcata dall’intellettuale Allende come dalla fortunata Rowling, senza soluzioni originali.

 

Qualche consiglio a chi ama scrivere thriller? Cosa funziona?

Come in ogni viaggio che si rispetti, quando si comincia a scrivere un romanzo occorre programmare la partenza e l’arrivo e fare una cartina dei posti che si attraverseranno per non rischiare di perdersi. La cartina di questo percorso è la scaletta, una serie scarna di fatti inanellati uno dopo l’altro.

L’anima del thriller, il suo principio organico, è il potere dell’incertezza. Il lettore o lo spettatore devono domandarsi sempre “Che succederà?”. Per non annoiare, la storia deve sorprendere, percorrere nuove strade, tenere i personaggi sulla graticola, stimolare riflessioni, aumentare paure e speranze, procurare reazioni.

L’interesse di chi legge è alimentato dai contrasti. Che possono essere sul piano dei sentimenti, della mentalità, delle abitudini, o apparire più spettacolari e forti. Ecco cosa funziona, che questa conflittualità venga presentata nel romanzo in una forma originale e coinvolgente. Questo è il segreto.

I lettori entrano in relazione con un testo attraverso il personaggio. Si identificano con lui. Per questo bisogna caratterizzare bene il personaggio, renderlo vivo, farlo camminare nella storia e poi corrergli dietro, tenendo sempre a mente che lo sviluppo della trama comporterà per il vostro eroe conseguenze profonde.

L’ultimo consiglio che mi sento di dare è di avvertire il romanzo come una necessità, qualcosa da cui si è ossessionati, che non si riesce a scacciare dalla mente. Scrivere è una forma di doloroso divertimento, una cura per le proprie ansie.

Non scrivete nulla che non vi piacerebbe leggere. Sfuggite alla routine. Metteteci olio di gomito e giurate a voi stessi che finirete il romanzo qualsiasi cosa accadrà (e dico qualsiasi, anche se non avete i soldi per mangiare), perché ne varrà della vostra dignità e sopravvivenza.

2 Commenti

  • jos Posted 23 settembre 2014 11:41

    interessante! complimenti bella intervista viene voglia di leggerlo, questo libro

    • Roberto P. Tartaglia Posted 23 settembre 2014 12:18

      Ne vale davvero la pena!

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