Cosa fare in caso di aggressione e come richiedere aiuto
Cosa fare in caso di aggressione in strada? Chiedere aiuto? Sì, ma come?
Immagina di essere in una situazione di pericolo: stai camminando per strada, è sera, e qualcuno ti aggredisce. In quel momento, istintivamente, la tua mente si concentra su una sola priorità: sopravvivere.
Ma cosa fai? Gridi “aiuto”? Oppure, come suggeriscono alcuni, gridi “al fuoco” per attirare l’attenzione? Qual è la scelta migliore?
In questo articolo, esploreremo cosa la psicologia sociale ha scoperto sulle risposte umane in situazioni di emergenza e su come queste conoscenze possano influenzare le tue decisioni in una situazione di pericolo.
Effetto spettatore: perché le persone non intervengono?
Uno dei concetti più importanti per comprendere il comportamento delle persone in situazioni di emergenza è l’effetto spettatore (o bystander effect).
Questo fenomeno è stato studiato a fondo a partire dagli anni ’60, quando una serie di tragici episodi fece emergere quanto spesso le persone non intervengano, anche quando assistono a situazioni di estrema necessità.
Uno dei casi più famosi che ha portato alla teorizzazione dell’effetto spettatore è l’omicidio di Kitty Genovese nel 1964 a New York. La giovane donna fu aggredita e uccisa di notte in una strada residenziale, e si scoprì che diverse persone avevano udito o visto l’attacco, ma nessuno intervenne immediatamente.
Questo portò a una serie di studi condotti da Bibb Latané e John Darley, che indagarono sul perché le persone, in situazioni di emergenza, spesso non agiscano.
Passando ai giorni nostri, non è raro che molti, oltre a sentirsi spettatori, si sentano anche “reporter” e preferiscano riprendere il crimine con il telefonino, anziché intervenire.
Le dinamiche dell’effetto spettatore
Gli studi di Latané e Darley mostrarono che la presenza di altre persone può ridurre la probabilità che qualcuno intervenga. Questo avviene per vari motivi:
- Diffusione della responsabilità: quando ci sono molte persone, ognuno si sente meno responsabile. L’idea è che qualcun altro agirà, quindi non è necessario che lo facciamo noi.
- Incertezza sulla situazione: a volte le persone non intervengono perché non sono sicure di ciò che sta accadendo. Potrebbero pensare che non sia una vera emergenza, o che la situazione non richieda il loro intervento.
- Pressione sociale: se gli altri non reagiscono, anche noi tendiamo a non reagire, perché presumiamo che loro sappiano qualcosa che noi non sappiamo. Questo fenomeno è chiamato ignoranza pluralistica.
Uno degli esperimenti più noti di Latané e Darley fu quello in cui i partecipanti, seduti in una stanza, vedevano del fumo filtrare da sotto una porta. Se erano da soli, la maggior parte di loro segnalava l’incidente immediatamente. Tuttavia, quando erano in gruppo e nessuno faceva nulla, pochi partecipanti si alzavano per dare l’allarme.
Questo dimostra come la presenza di altre persone possa ridurre la nostra propensione ad agire.
Gridare “al fuoco” funziona?
Un’idea sostenuta da molti è che, invece di gridare “aiuto”, durante un’aggressione, convenga gridare “al fuoco”, per attirare maggiore attenzione. L’argomentazione dietro questa strategia è che le persone sono più disposte a reagire di fronte a un pericolo collettivo, come un incendio, piuttosto che a un pericolo individuale.
Tuttavia, questa teoria ha delle controindicazioni.
Gridare “al fuoco” potrebbe effettivamente attirare più attenzione, ma non è detto che l’attenzione che ricevi sia utile. Alcuni psicologi sociali hanno suggerito che gridare “al fuoco” potrebbe far sì che le persone reagiscano scappando, perché temono per la loro sicurezza personale.
Inoltre, questo tipo di segnale potrebbe generare confusione. In un’aggressione, il problema principale è l’attacco fisico e il bisogno di assistenza immediata. Gridare qualcosa che non rispecchia la situazione potrebbe rallentare l’intervento delle persone, che potrebbero non capire la reale gravità del pericolo.
Date le possibili reazioni della folla, dunque, gridare “al fuoco” può essere utile nel caso si voglia creare attenzione e caos per poter fuggire, ma questo vuol dire che l’aggressione vera e propria non è ancora iniziata.
Strategie di reazione: frasi chiare e specifiche
Altri studi hanno suggerito che le persone siano più propense ad agire quando le istruzioni sono chiare e dirette.
In uno studio condotto a inizi 2000 da Mark Levine, ad esempio, emerse che gli spettatori sono più inclini a intervenire in situazioni di emergenza quando comprendono chiaramente cosa sta succedendo e cosa viene richiesto loro.
Levine ha condotto esperimenti simulando aggressioni e attacchi in luoghi pubblici. Ha scoperto che le persone intervenivano più frequentemente quando la vittima urlava frasi chiare come “Chiama la polizia!” (riferendoci a una persona specifica e non a una massa indistinta, per assegnare a essa la responsabilità del soccorso) oppure gridare “Mi stanno aggredendo!”, piuttosto che vaghi appelli di aiuto. Questi risultati suggeriscono che la chiarezza del messaggio e un’assegnazione diretta di responsabilità è fondamentale per superare l’effetto spettatore.
Quindi, in una situazione di aggressione, è consigliabile gridare frasi come:
- “Mi stanno attaccando!”
- “Aiuto, chiama la polizia!”
- “Fermalo, mi sta aggredendo!”
Queste frasi forniscono agli spettatori informazioni chiare su cosa sta accadendo e su come possono aiutarti.
L’importanza del contesto: la psicologia sociale della violenza pubblica
Un altro fattore che può influenzare il comportamento degli spettatori è il contesto in cui avviene l’aggressione.
Gli studi hanno mostrato che le persone sono più propense a intervenire in ambienti familiari o sicuri. Se l’aggressione avviene in una zona poco conosciuta o percepita come pericolosa, le persone tendono a sentirsi meno sicure e sono meno inclini ad agire.
Un studio condotto nel 1984 ha esaminato come le persone rispondono a situazioni di violenza pubblica in base alla loro interpretazione del contesto.
Gli sperimentatori misero in scena una lite violenta tra un uomo e una donna in strada. Quando la donna urlava “Non ti conosco!”, più persone intervenivano per fermare l’uomo. Tuttavia, quando la donna gridava “Perché non la smetti, anche se siamo sposati?”, l’intervento degli spettatori diminuiva.
Questo suggerisce che le persone sono meno inclini a intervenire in quello che percepiscono come un conflitto familiare o privato.
Il ruolo della connessione sociale
Altri studi hanno mostrato che la probabilità di intervento aumenta se le persone percepiscono una connessione emotiva o morale con la vittima.
Ad esempio, un esperimento condotto da Piliavin e colleghi nel 1969 (il Subway samaritan Study), durante il quale attori simulavano il collasso di un individuo in un vagone della metropolitana, rivelò che le persone erano più propense a prestare aiuto a qualcuno che sembrava loro “simile” per etnia o classe sociale.
Questa tendenza si lega a ciò che viene definito teoria della similarità. Quando vediamo una persona in difficoltà che percepiamo come simile a noi, siamo più inclini a provare empatia e, di conseguenza, ad agire. Elemento emerso anche negli studi del 2008 di Mark Levine.
Questi studi ci suggeriscono, per esempio, quanto sia importante, per una donna, rivolgersi a un’altra donna per essere soccorsa.
Cosa fare in caso di aggressione, dunque?
Sulla base degli studi citati, ecco alcuni consigli pratici su cosa fare se ti trovi in una situazione di pericolo o aggressione:
- Usa frasi chiare e specifiche: Gridare frasi come “Aiutami, mi stanno attaccando!” o “Chiama la polizia!” è più efficace di un generico “Aiuto”. Fornisce indicazioni chiare su cosa sta succedendo e cosa le persone possono fare per aiutarti.
- Riconosci l’effetto spettatore: sapere che le persone possono essere meno inclini a intervenire quando ci sono altri presenti ti aiuterà a non dipendere unicamente dalla speranza che qualcuno agirà. Cerca di attirare l’attenzione di una persona specifica, puntandola visivamente e dicendo qualcosa come “Tu, con la giacca rossa, aiutami!”.
- Non gridare “al fuoco”: anche se potrebbe sembrare una buona idea, gridare “al fuoco” potrebbe causare panico o confusione, con il rischio che le persone scappino invece di aiutarti. Meglio restare aderenti alla situazione reale.
- Sii consapevole del contesto: se ti trovi in un luogo pubblico affollato, potrebbe essere utile avvicinarti a persone che sembrano affidabili o familiari. Le persone in ambienti familiari tendono a sentirsi più sicure nell’intervenire.
- Sfrutta le dinamiche sociali: le persone sono più propense ad aiutare se percepiscono una connessione con te. Cerca di coinvolgere gli altri in modo diretto e personale, anche con il linguaggio non verbale.
Conclusioni e bonus
In una situazione di pericolo, dunque, conoscere queste dinamiche ti permetterà di prendere decisioni potenzialmente salvavita.
Grida con chiarezza, cerca di coinvolgere singole persone, e fornisci indicazioni precise su cosa fare: questi sono i consigli più efficaci che emergono dagli studi psicologici, per reagire a un’aggressione.
Inoltre, non sempre è possibile ricevere aiuti. Se non hai supporti, puoi usare un’app utilissima: l’app ufficiale del Numero Europeo dell’Emergenza 112, “112 Where Are U”.
Questa app ti permette di
- chiamare il 112 inviando la tua posizione geolocalizzata e i tuoi dati registrati
- avviare una chiamata silenziosa geolocalizzata, nel caso in cui tu non possa parlare
- chattare con i professionisti del 112 senza chiamare
E, se sei una donna, ricorda sia il numero di supporto 1522, sia il gesto “signal for help“, che denuncia l’aggressione di genere (le 4 dita che si chiudono sul pollice piegato)!






Aggiungi il tuo commento