Nel self publishing è meglio scrivere in italiano o in inglese?

Self publishing

I casi di John Locke e Amanda Hocking, provenienti dagli USA, hanno fatto scalpore in tutto il mondo. Due perfetti sconosciuti che, da un giorno all’altro (o quasi), grazie al self publishing hanno raggiunto il successo.

John Locke, è un ex assicuratore e immobiliarista in pensione che, nel giugno 2011, ha deciso di affidare al self publishing alcune sue opere, abbattendo, inaspettatamente, il tetto del milione. Sì 1milione di ebook venduti su Amazon!

Pensa che è arrivato a vendere anche 800 copie al giorno, e da qualche tempo, sembra che addirittura Hollywood si sta interessando ai suoi libri.

Hamanda Hocking, invece, ha avuto così tanto successo che i diritti dei suoi libri sono stati acquistati addirittura da un’importante casa editrice tradizionale italiana, che li ha tradotti e messi in vendita sul nostro mercato.

Pensa che, per la Hocking, tutto cominciò solo perché, un giorno, decise di autopubblicare uno dei tanti racconti fantasy che aveva chiusi nel cassetto, allo scopo di racimolare i soldi per un piccolo viaggio. Mai avrebbe immaginato che, in soli 6 mesi avrebbe venduto circa 150mila ebook, con un guadagno di circa 20mila dollari.

Sentendo queste storie, la domanda che ci si pone è: perché negli States gli scrittori e le scrittrici indipendenti hanno un successo così plateale tanto da fare il giro del mondo? I motivi principali sono 2:

1. Il bacino di utenza
2. L’uso della tecnologia

Partiamo dal bacino di utenza. Chiaro, semplice, ma non ci si pensa mai: i lettori in lingua inglese sono molti di più dei lettori in lingua italiana. Basti pensare a tutti i paesi nei quali l’inglese e i suoi derivati sono la lingua madre:

- Inghilterra
– Scozia
– Irlanda
– EIRE
– Stati Uniti d’America
– Australia
– Nuova Zelanda

A questi, aggiungici i Paesi nei quali l’inglese viene parlato come seconda lingua. È normale che, in un simile contesto, sia più facile vendere i propri libri e trovare persone interessate all’argomento trattato.

Per noi italiani, invece, è più difficile far fare il giro del mondo al nostro libro, poiché l’italiano è parlato solo nella nostra Nazione e da qualche connazionale residente all’estero.

Ma perché, allora, lo stesso successo degli scrittori americani e inglesi non ce l’hanno anche quelli di origine cinese o spagnola? In fondo, lo spagnolo è la quarta lingua più parlata al mondo e i cinesi sono un’infinità.

Questa domanda apre la discussione al punto #2 del precedente elenco, un aspetto importantissimo che rende i colleghi di penna d’oltreoceano più privilegiati rispetto agli altri: l’uso della tecnologia.

In Italia, purtroppo, Internet è percepito ancora come un qualcosa di oscuro, inesplorato, qualcosa di cui avere paura o, talvolta, come un lusso, non una grande risorsa quotidiana necessaria per sviluppo e progresso.

Dati statistici aggiornati al 2012 rivelano che la fibra ottica copre ancora solo il 10% del territorio nazionale. Di contro, tanto per non parlare sempre di Stati Uniti, in Australia è in corso un piano di ammodernamento delle connessioni a livello nazionale.

Eppure, uno sviluppo delle connessioni Internet è destinato ad aumentare notevolmente sia le potenzialità del marketing e dell’informazione, sia il tasso di alfabetizzazione digitale.

Pensa che, sempre al 2012, il 41% degli italiani ha dichiarato di non essere mai stato su Internet! Ci credi? Nel Regno Unito, invece, tale risposta è stata fornita solo dal 10% della popolazione. Incredibile!

C’è da dire, poi, che chi usa il Web qui da noi, per lo più lo fa con lo scopo di chattare, rimorchiare o giocare. Sono più rari i casi di internauti che girano la Rete per informarsi, studiare o fare acquisti. Lo stesso dicasi per gli smartphone. Tante persone, in Italia, ne comprano uno (spendendo fior di quattrini) solo per esibirlo come status symbol o per giocare a Ruzzle.

La domanda, a questo punto, viene da sé: ma allora, in Italia non conviene autopubblicarsi?

Certo che sì!

Sopratutto perché, vista la situazione attuale, le cose non possono che migliorare (si spera). Quindi, prevedendo sviluppi che porteranno gli italiani ad aumentare gli acquisti in Rete e a guardare agli ebook come a un prodotto culturale di qualità piuttosto che a “un file”, meglio farsi trovare pronti per il salto qualitativo. Giusto?

Nel frattempo, però, chi si autopubblica in Italia deve lavorare un po’ di più rispetto ai colleghi madrelingua anglosassone. C’è, però, un espediente (costoso ma utile) in grado di aggirare l’ostacolo e mettere in vendita i nostri libri sul mercato mondiale: quello delle traduzioni.

Un passo da affrontare, ovviamente, solo dopo che si è presa confidenza con il mondo della scrittura e del self publishing, quando si ha un po’ di pubblico e ci si sente sicuri. L’importante è affidarsi sempre a servizi professionali.

La traduzione è un lavoro specialistico che ha il difficile scopo di portare ciò che hai scritto in una lingua diversa dalla tua, mantenendone inalterati lo stile narrativo e il significato.

Quindi, non affidarti a traduzioni approssimative solo perché costano poco. Si tratta di un autogol pericolosissimo. Non basta essere laureati in lingue per saper tradurre un libro. Serve una specializzazione mirata. Non rischiare di mettere in vendita un prodotto scadente, trasmettendo al mondo l’immagine di qualcuno che scrive in modo pessimo.

Per ora ti do appuntamento alla prossima e…occhio alla penna ;)!