Elezioni 2013: liste…di parole

Elezioni 2013: liste…di parole

 

Oggi voglio affrontare un tema di grande attualità: le elezioni politiche. Ma non voglio farlo parlando di politica, Dio me ne scampi! Voglio gettare, invece, uno sguardo sulle parole utilizzate. Non dagli uomini politici per veicolare i loro programmi, ma dal popolo che ha votato.

Per quanto io sia allergico alla politica, nei giorni seguenti le elezioni è praticamente impossibile evitare l’argomento, con amici, famigliari, colleghi, conoscenti. E, purtroppo, è toccato anche a me.

Come ho più volte detto, da diversi anni io non ho più fede politica perché trovo umiliante subordinare la mia libertà di pensiero a quella di altri. Mi piace pensare con la mia testa e scegliere, di volta in volta, il partito che più sembra in grado di poter aiutare il mio Paese. Il nostro Paese.

Detto ciò, parlando con diverse persone, ho assistito a una serie di commenti simili tra loro, quasi stereotipati e, soprattutto, ben lontani dalla logica “votiamo per risollevare la Nazione”.

Le frasi che ho sentito utilizzare maggiormente sono state, all’incirca: “i comunisti ancora non hanno capito che Berlusconi è più forte? Siamo noi i veri vincitori.”

Oppure: “’sti fascisti, ancora in mezzo ai piedi. Avremmo dovuto vincere con più margine.”

Il primo aspetto affascinante sono i termini utilizzati: “comunisti” e “fascisti”. Non so a te, ma quando li sento, a me vengono subito in mente scene in bianco e nero, donne con bagnarole piene di panni in testa, uomini col fucile in mano e cose del genere.

Forse perché considero il fascismo e il comunismo due pezzi di storia, almeno nel nostro Paese (difatti, questo sono). Ma l’aspetto affascinante è proprio questo. Analizziamo l’evento.

Chi stigmatizza gli avversari politici con uno o l’altro termine può farlo per due motivi principali: svogliatezza o convinzione.

Chi lo fa per svogliatezza è perché non ha desiderio di pensare con la propria testa e, quindi, ripete a pappagallo i termini utilizzati dal leader che venera, prendendo per buono qualsiasi cosa egli dica, senza nemmeno l’ombra di uno spirito critico.

Chi le pronuncia con convinzione, al contrario, crea un problema paradossalmente più grave. E agire in questo modo vuol dire essere rimasti “un po’” indietro con gli anni e non avere una visione chiara della politica odierna che, per fortuna, non ha più i tratti del fascismo, né del comunismo. Entrambi piaghe per intere generazioni, in tutto il mondo.

Situazioni ambigue e singolari che, non di rado, danno vita a vere e proprie schermaglie da scuole elementari: “tu sei fascista perché hai i capelli neri”, “tu comunista perché li hai rossi”, “tu fascista perché non porti la cinta, né i calzini”, “tu comunista perché porti la cinta e hai i calzini non abbinati con la camicia” e così via.

Ma, ancora più affascinante (e preoccupante) ai miei occhi risultano i vari “noi” e “loro”. Paroline quasi microscopiche che, tuttavia, portano con loro simbolismi potenti. Primo fra tutti quello della divisione, della separazione. E mi viene da dire: come possiamo pensare che maggioranza e opposizione, una volta al potere, possano confrontarsi o collaborare per il bene del Paese, anziché scornarsi ogni giorno, se siamo noi i primi a creare divisioni?

Utilizzare questi pronomi (“noi” e “loro”) per indicare gli appartenenti a questo o quel partito, prima di tutto identifica la nostra piena adesione alle ideologie politiche del partito che stiamo per votare e, di conseguenza, un’incapacità nel giudicare obiettivamente la situazione. “Noi di destra” oppure “Noi di sinistra”.

Un simile atteggiamento, è chiaro, non ci permette di utilizzare il nostro spirito critico, la nostra mente, così da porci domande come: “e se mi stessero mentendo? Se, una volta votati, si rimangiassero tutto? Se quegli altri fossero più sinceri?”

In aggiunta, l’utilizzo di questi pronomi identifica qualcosa simile all’astio (avvalorato dal disgusto con cui le persone con cui ho parlato pronunciavano i vari “comunista” e “fascista”) e non la semplice, positiva competitività insita in ogni gara (quale è quella elettorale).

Talvolta, il pronome “loro” viene sostituto da “quelli”. Arrivando, in tal modo, a spersonalizzare gli appartenenti all’altro partito politico, paragonandoli quasi a oggetti privi di anima e valore.

Insomma, nonostante io detesti parlare di politica, queste elezioni mi hanno dato modo di ascoltare parole che mi hanno fatto riflettere molto sul modo, tutto italiano, di intendere la politica e la competizione in genere (il discorso, infatti, si può allargare anche al mondo calcistico, se ci pensi). E, questo, non senza un po’ di preoccupazione, lo confesso.

Ancora una volta, dunque, emerge prepotentemente, negli esempi che la quotidianità ci pone dinanzi, l’importanza di curare il nostro linguaggio e di scegliere con parsimonia le parole che utilizziamo, se vogliamo essere davvero padroni delle nostre scelte e liberi di pensare con la nostra mente.

Ancora una volta appare chiaro che, modificare il linguaggio, vuol dire modificare il nostro modo di vedere noi stessi e interpretare il mondo che ci circonda, in ogni sua sfumatura.

In conclusione, una piccola raccomandazione: la prossima volta che ti viene voglia di lamentarti perché l’Italia è un Paese troppo diviso, o perché abbiamo al potere politici incapaci di risollevare le sorti nazionali, rileggiti questo post. Se, invece, questi quesiti, per te, non sono mai stati dei problemi, allora rileggiti il post più volte. Forse ti stai perdendo qualcosa ;).

2 Comments

  • Enzo Tullini Posted 7 marzo 2013 11:49

    La tua analisi mi è sembrata molto centrata ed efficace nel puntualizzare i luoghi comuni, le antiche diatribe e la povertà nell’esprimere contenuti. Mi viene in mente quello che disse uno pseudo politico diversi anni fa quando parlava alla gente:
    “prima di togliere la pagliuzza nell’occhio di tuo fratello, togli la trave che è nell’occhio tuo”, poi alla fine l’hanno ucciso. Mi permetto di riprendere questa frase perchè replica quello che abbiamo fatto noi italiani: abbiamo delegato, soltanto. Abbiamo pensato ai fatti nostri “la mamma, gli spaghetti, il calcio, ecc.”, ora invece urliamo la nostra rabbia verso la politica ed i politicanti perchè ci mettono le mani in tasca e siamo ridotti male. Ma non abbiamo partecipato, non ci siamo preoccupati di quello che stava realmente succedendo, governo ladro! E di chi sono le responsabilità di tutto questo?

  • Roberto Tartaglia Posted 7 marzo 2013 12:01

    Grazie Enzo,
    un esempio, questo, che dovrebbe farci riflettere sulle mille responsabilità che abbiamo ogni giorno e di cui non ci rendiamo conto.

    Dal votare a occhi chiusi, al dividere il mondo in “comunisti” e “fascisti”, dal ridere in faccia a un ragazzo Down, al tenere per noi un “ti amo” che andrebbe detto.

    Io credo che ogni giorno dovremmo prestare più attenzione a ciò che diciamo e facciamo.

    Perché, come retoricamente chiedi tu, “di chi sono le responsabilità” se non nostre?

    RT

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